martedì, 11 agosto 2009

Assunta

Assunta è nata che era buio, c’era la neve, faceva freddo.

Assunta è nata che era sangue e lacrime e morte.

Assunta è nata e già tutto era sbagliato.

Era il 1943 e non c’era pane per i sani.

Assunta di pane non ne aveva mai mangiato.

Assunta era misera, rachitica e senza scarpe.

Assunta era sola, figlia dell’errore, assassina di sua madre.

Non s’era stupita Assunta quando l’avevano potata ad Aversa, non che sapesse cos’era un manicomio, ma a sentirsi chiamare assassina ci s’era abituata e un carcere se l’aspettava.

Aveva sei anni Assunta e pazza non l’è mai stata.

A vedere tutti quei corpi, tutta quella carne esposta c’era rimasta male. Le avevano insegnato le suore che ci si copre, che si prova vergogna del sedere, dei seni, di tutto, invece lì era tutto un fiorire di carne impudica, atroce, e c’era puzza.

Puzza da per tutto e cacca e piscio e mestruo e lacrime.

Assunta piano piano aveva imparato a conviverci con quelle pazze, e anche se era una di loro, come loro in tutto e per tutto, aveva sfruttato la capacita di discernere il sole dal buoi, i cani randagi del cortile dagli infermieri del reparto. Era passata indenne al tifo e al vaiolo. Era sopravvissuta e s’era fatta grande.

L’avevano fatta donna troppo presto, tra gli sterpi del giardino una notte di Novembre, che la madre superiora era al convento per gli esercizi spirituali, non né aveva un ricordo lucido, non l’era importato troppo, era successo.

Era diventata grande e non solo d’età, era alta Assunta, come poche donne. Ed era forte, forte della forza delle sue braccia e forte della forza dei pazzi.

Quando era arrivato il nuovo dottore Assunta aveva trent’anni, tracciava a malapena il suo nome con la penna ma era piena di cose da dire. Aveva inventato un mondo intero, un mondo fantastico fatto di bambole di pezza parlanti ed alati cavalli immaginari. Quando Assunta contava le sue storie anche le matte, quelle vere, la stavo ad ascoltare.

Ma il dottore era nuovo e pieno di zelo, per lui i matti erano tutti uguali, i matti matti e i matti sani, tutti bisognosi delle stesse cure. Anche le storie di Assunta erano follie. Per lui Assunta era pazza.

E così quando arrivò il macchinario lo fece provare a tutti, Assunta non fu la prima, ma purtroppo neanche l’ultima.

E questa volta si che le importò.

Più di tutte le altre volte le importò.

Perché sta volta non le toglievano la libertà che non aveva mai avuto o un candore di cui non sapeva che farsi, no il macchinario, le scosse, rapivano i ricordi, la mente, le storie.

E Assunta impazzì.

Per un periodo non ricordò nemmeno il suo nome, e fu il periodo migliore, poi, piano piano, riemerse da un pozzo nero di pece e carbone e le montò dentro una rabbia, una rabbia pazza come quella delle pazze vere e un dolore, un dolore atroce e mai provato prima.

Ricominciò a sentire il puzzo che più non sentiva, e le urla che più non udiva, e pianse e urlò e ruppe contro il muro gli utensili di legno e la legarono, come le pazze vere.

Dopo un po’, quando a tutti parve calma, l’Assunta di sempre, le tolsero il camicione e la lasciarono libera a leccarsi i polsi indolenziti.

Ma Assunta era pazza oramai e non poteva più tornare indietro, indisturbata salì le scale che portavano al terrazzo, e attese al gelo che facesse notte.

Il mattino seguente sul fondo del cortile i cani randagi fiutavano due corpi, uno era quello di Assunta, era distesa a braccia larghe nella neve, come un angelo, inerme come le sue bambole di pezza, l’altro era quello del solerte dottore, raggomitolato a palla un metro più avanti, gettato come immondizia tra gli sterpi del giardino.

 

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giovedì, 20 settembre 2007

Per mia nipote Elodie

 

Elodie… ognuno di noi ha la sua bestia nera, il suo caso irrisolto, il mio risale al ’54.

ero appena stato trasferito alla brigade criminelle al 36 quai des Orfèvres.

della morte dell’onorevole Sanvierlet all’epoca si parlò moltissimo.

Una donna testimoniò di averlo conosciuto la stessa sera in un bistrot e di esserselo portato a casa convinta dagli abiti eleganti di poterne cavare un po’ di quattrini.

Disse di averlo preceduto per le scale per accendere la luce, che in effetti si accendeva solo dal pianerottolo superiore, ma di averlo sentito salire alle sue spalle senza aspettare, poi, di colpo, l’uomo era caduto di sotto, troppo ubriaco per mantenere l’equilibrio, puzzava di vino.

La morte venne archiviata come incidente.

Quel incidente era la mia bestia nera.

Sanvierlet era per il ritiro delle truppe dall’Indocina, era per la caduta del governo, era un uomo scomodo. E gli uomini scomodi difficilmente muoiono per semplici incidenti.

Il fascicolo di quel incidente è rimasto nel cassetto della mia scrivania per trent’anni e quando ho impacchettato tutto per andare in pensione l’ho portato via con me. Sanvierlet non avrà giustizia in questo mondo, pensavo.

Sei mesi fa però ho conosciuto Jules Fournier al circolo e tutto è cambiato.

Ci conosci noi vecchi, non facciamo che parlare del passato, raccontiamo, raccontiamo, Fournier non faceva eccezione, era stato un pezzo grosso, il secondo in comando dopo il generale Navarre, aveva combattuto a Dien Bien Phu, ne parlava in continuazione, era un nostalgico, un vero militare, spesso fingevo di starlo a sentire ma con la mente ero altrove.

Un giorno però nominò Sanvierlet. Disse che avrebbero dovuto fare tutti la sua fine, lui, Mendez-France e tutti quei proci radicali del suo governo.

Aveva negli occhi una tale rabbia Elodie, non ho potuto più togliermeli dalla mente quegli occhi. L’ho fatto parlare.

Ogni giorno affrontavo lo stesso argomento, una volta era la guerra, un’altra le colonie, poi il governo, poi i tempi andati, ma l’argomento era sempre Sanvierlet.

S’innervosiva, sbuffava, cambiava espressione, l’ho addirittura visto tremare, e negli occhi, nei suoi occhi scorreva la colpa. La notte mi lambiccavo il cervello. Cos’era che non capivo? Cosa c’entrava qual vecchio militare ammuffito con la morte di Sanvierlet? Lui non era nemmeno in Francia in quel periodo, eppure, dopo anni passati a guardare negli occhi la peggior feccia s’impara. Quelli erano gli occhi di un assassino.

L’ho tormentato, tu non sai quanto perfido possa diventare un uomo corroso dal tarlo del dubbio.

Mi stupivo del perché non reagisse, io fossi stato nei suoi panni mi sarei mandato al diavolo, invece quasi mi cercava. Se arrivavo al circolo prima di lui puoi essere certa che avrebbe scelto la poltrona vicino alla mia per sedersi, era come se si sentisse avvinto da una comunanza, da un’appartenenza che lo stregava.

Ricordi che a Natale fosti così poco felice del mio aspetto da inviarmi di filato dal tuo dottore? avresti dovuto vedere Fournier, era diventato un ombra, ora so che passavamo le stesse ore insonni la notte, lui era il mio cancro io ero il suo.

Non lo so più Elodie, non so più cosa cercassi.

Credevo di essere in cerca della verità, se in una di quelle sue, ormai lugubri, revocazioni m’avesse confessato di aver spinto lui Sanvierlet da quelle scale non credo che sarei mai andato alla polizia, e ora so per certo che lui questo lo sapeva, sapeva che non era giustizia quella che volevo, sapeva di non aver nulla da temere, non da me almeno. Eppure non potevo far a meno di scavare, d’indagare sempre più nel profondo.

Sei mesi è andata avanti questa storia, sei mesi d’inquisizione, di tormento e passione.

Poi da un giorno all’altro è sparito, non veniva più al circolo, non rispondeva al telefono. Ho pensato fosse fuggito, si fosse allontanato per sfinimento da me e dalle mie insistenti domande. Nonostante la delusione non nego Elodie che ho tirato un sospiro di sollievo, non avevo più l’obbligo di sapere, potevo riposare.

Poi una mattina arriva un pacco senza mittente. L’ho portato chiuso fino al circolo e mi sono seduto a fumare. Sono passate ore prima che lo aprissi, il suo contenuto è allegato a questa mia.

Jules Fournier è morto il 13 Marzo scorso, cadendo accidentalmente per le scale nella sua casa di Lafrançaise.

Quando avrai finito di leggere conoscerai Elodie un aspetto di me che non ti era dato conoscere, avrei preferito essere in grado di sbrigare da solo tutto quanto collegato a questa storia, ma ho scoperto andando avanti che non si può essere implacabili Giudici se non si giudica prima se stessi.

Riconosco qui di fronte a te che più amo, che sola sei rimasta, che senza muovere neanche un dito ho ucciso un uomo, e che non sono meno colpevole di lui.

Ti riconosco il diritto bambina mia di fare di queste righe ciò che vuoi, di rendere giustizia a Sanvierlet facendone un martire della storia, di condannarci entrambi pubblicamente o di chiudere tutto per sempre nell’oblio di un cassetto.

Sappi che della tua decisione, qualunque essa sia, ti sarò sempre grato e che come già tua nonna, anch’io visiterò i tuoi sogni.

Con il più caro affetto

                                                                                                                                             Luc Gerard

 

Caro Luc

Come vede per la prima volta La chiamo per nome, avrei forse dovuto iniziare questa lettera chiamandoLa Capitano Gerard, ma mi sento in diritto almeno oggi, che la ergo a mio Giudice, di trattarla come un amico.

Quando ho giurato di fronte alla bandiera del nostro paese di servire la Francia fino alla morte ero convinto che se morire dovevo sarebbe stato sul campo di battaglia, credo che per un poliziotto come lei sia facile comprendere quale sentimento animi coloro che prima di ogni cosa pongono il dovere, mi creda è per dovere che ho fatto ciò che ho fatto.

Quei giorni del ’54 sono stati i peggiori della mia vita, Navarre fece tanti e tali sbagli che alla fine smettemmo di contare i morti. La Francia era in ginocchio di fronte ad Ho Chi Min e qui non si discuteva che di ritiro. I figli di Francia cadevano a decine e la patria già sputava sui loro cadaveri. Sanvierlet era il peggiore di tutti. Se non crede alle mie parole rilegga il discorso che tenne all’Assemblea Nazionale quel febbraio, le sue parole suonarono come una condanna, la sua condanna.

Non fu incidente, questo lei l’ha sempre saputo, venne spinto giù da quelle scale, non fui io a farlo, ero ancora in Indocina, lo fecero altri che qui non nominerò, scomodare i morti non serve. Ma io sapevo ed ero d’accordo, fui io a trasmettere l’ordine.

Non bastò e oramai il resto è storia, Navarre era con l’acqua alla gola, i trattati di Vienna incombevano come una scure sul futuro delle nostre truppe e sull’onore della Francia. Fu un ritiro vergognoso, un immane sciocchezza, un regalo ai comunisti, non ho parole per definire cosa furono quei trattati, non ho parole.

Se Navarre avesse chiesto a me di eliminare Sanvierlet con le mie mani l’avrei fatto senza batter ciglio, la guerra è la guerra. Il dovere Luc, lei lo conosce bene quanto me, è per dovere che, come un cane da punta, ha scavato in questi mesi nella mia vita e nei miei ricordi, corrodendo con un abilità che non avevo mai conosciuto in altri ogni mia certezza.

Certe notti il sonno m’è negato, problemi della vecchiaia che c’accomuna mi dirà, quelle notte è impossibile non ricordare, i pensieri si fanno liquidi e finiscono per soffocarti. Quelle notti ho ripercorso tutta la mia vita e ogni volta il pensiero si è fermato li ai piedi di quella scala, accanto a Sanvierlet.

Non sento il suo sangue sulle mani, niente di così tragico o poetico, no, sento che però è ora che il cerchio si chiuda.

Come le dicevo, oggi la ergo a mio Giudice, avrei scrupolo a farlo ad altri, ma deve riconoscere Luc che lei l’ha voluto, è stato il primo a volerlo.

Ho riflettuto attentamente. Cosa sarebbe accaduto se tutto questo fosse stato reso noto nel ’54? Sarei finito in corte d’assise, ci sarebbero state parecchie condanne a morte, ma poi, probabilmente i radicali c’avrebbero graziato.

Io non sono un radicale, questo lei lo sa bene, ma non posso semplicemente eseguire la condanna, ho bisogno del giudizio. Ora lei sa tutto.

Le lascio il tempo di riflettere, niente verrà fatto fino al prossimo 13 Marzo, tre giorni dovranno bastarle.

Lafrançaise, 9 Marzo

Jules Fournier

               

 

 

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mercoledì, 21 giugno 2006

Cheerleaders

(Vieni più vicino, più vicino ti prego)

Se penso alla prima volta che t’ho vista mi torna in mente l’odore del liceo, il rumore dei passi sul linoleum e te, con quella gonnellina azzurra e bianca, che provi e riprovi a saltare all’indietro cantando l’inno della squadra di football.

Eri bellissima, e io t’ho amato da subito alla follia.

Le sere di quell’estate (le ricordo tutte, una ad una).

Quando sognavo il futuro, non era questo che immaginavo per noi.

Il sogno (ricordi?) era di andare lontano, fare fortuna, dimenticare di aver anche solo vissuto in questo buco riarso dal sole.

Eri bella tu, bella e bugiarda, pericolosa come un cobra (mi stavi a sentire). Ascoltavi, in silenzio. Ed io ti amavo.

Abbiamo finto negli ultimi dieci anni che sia stata la morte di mio padre a rinchiudermi in questa officina meccanica senza futuro se non nel passato.

Almeno io, per troppo (troppo) tempo ho finto fosse così.

Meno di un’anno ed avevamo già messo su famiglia. Mentre gli altri del liceo bevevano alle feste del college noi allattavamo Miriam, mentre loro facevano l’amore in macchina sotto le stelle nel bel mezzo del deserto o su una spiaggia, noi ci urlavamo contro parole irripetibili.

Uno furbo avrebbe capito allora che non c’era futuro, ma io ti amavo troppo e tu eri ancora troppo bella, e la speranza ancora lontana dal morire.

La speranza che qualcosa cambiasse, che al posto di una donna rancorosa e torva mi ritrovassi accanto quella Cheerleader in gonnellina corta capace di sostituire il sole con un sorriso.

Di tanto in tanto, più appannato e tirato quel sorriso l’ho rivisto, non era mai indirizzato a me. Sorridevi al commesso del negozio di frutta, alle tue amiche giù al parco, hai sorriso anche a mia madre quando a natale c’ha regalato il frigorifero nuovo, a me no, a me non sorridi più da dieci anni.

Pensi che io sia un fallito.

Lo pensi da molto (molto) tempo, ma solo oggi hai avuto il coraggio di dirlo.

Quando sei entrata in ufficio e mi hai chiesto di non tornare a casa, quando hai poggiato la mia valigia sul tappeto senza guardarmi negli occhi. Allora hai detto che sono un fallito, che sei stufa di vivere con un fallito, che vuoi un altro nel tuo letto, nella tua vita. (Un uomo a cui sorridere) Sarei dovuto andare a dormire da mia madre sta notte ma non ce la facevo ad alzarmi.

Non mi sono più alzato dalla sedia fino a che l’officina non è stata vuota.

Mary Jane ha guardato prima me e poi la valigia, poi nuovamente me e non ha detto una parola, neanche per salutare, secondo me pure per lei a cui pago lo stipendio da dieci anni, pensa che io sia un fallito.

Pian piano ho sentito famee mi sono alzato per prepararmi un panino con il burro di arachidi.

Ho mangiato pensando a voi due (a te e Miriam sedute al tavolo in cucina) ho pensato a cosa le avresti detto, forse solo che lavoravo fino a tardi, lasciando le spiegazioni a domani.

Ho pensato a voi due insieme.

Poi ho fatto un giro cercando il passato in ogni angolo, sperando così di capire dove ho sbagliato e come rimediare, alla fine ho trovato il modo.

Non è stato semplice arrampicarmi fino a qui, non ho più il fisico di una volta, ma ci sono riuscito lo stesso. Anche se ormai è estate sta notte ho avuto freddo, se non mi fossi portato su un paio di bottiglie per scaldarmi forse avrei desistito e sarei sceso, ma sono stato forte. In compenso, da quando si è alzato il sole, non faccio che sudare, il bitume che si scioglie dal tetto mi si appiccica ai vestiti, ma non importa, tanto non debbo andare da nessuna parte.

Ti aspetterò qui.

(Vieni più vicino, più vicino ti prego)

Aspetterò fino a quando non sentirò la musica in lontananza.

Sarà la banda del liceo che ripete da dieci anni le stesse identiche canzoni, poi passerà la reginetta del ballo, in parata su una decappottabile a noleggio (Blinda mi sembra si chiami quest’anno)

Di seguito gli stendardi dei gruppi scolastici.

Ed infine, prima che sfilino i campioni del football, passeranno le Cheerleaders con le loro gonnelline azzurre e bianche, con i loro sorrisi ingannevoli (belle come i cobra) pronte, con un roteare di anche, a rovinaci la vita.

Solo allora, solo quando sfileranno qui di fronte, nel mezzo della strada, colpite in pieno dal sole del mattino, solo allora inforcherò gli occhiali scuri, mi alzerò diritto in piedi e comincerò a sparare. Un colpo, poi un altro, e loro giù come birilli.

(Vieni più vicino, più vicino ti prego)

 

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lunedì, 12 giugno 2006
Egregio signore,
negli ultimi tempi vedendovi passare, ammetto che, anche se non dovrei, mi soffermo a seguire i Vostri tragitti e trascorro il mio ozio forzato congetturando sulle Vostre attività ed intenzioni.
Non è così che una donna virtuosa dovrebbe occupare le proprie giornate, come vedete anticipo i Vostri rimproveri, ma ammetto che siete per me divenuto oggetto irrinunciabile di studio. Quando passate la mattina gettando un rapido sguardo oltre la cornice di legno, ad esempio, non posso fare a meno di chiedermi come abbiate trascorso la notte, se avete dormito bene o siete stato agitato, se il caldo opprimente di questi giorni non Vi ha forse reso difficile prendere sonno, e con sicumera giudico dal quel singolo sguardo la qualità della notte trascorsa.
Alle volte sarebbe da pensare che non siate rientrato affatto, e che quegli abiti con cui mi passate davanti siano realmente gli stessi con cui Vi ho visto uscire la sera innanzi. Quelle mattine, per pudicizia e discrezione, evito di soffermarmi in pensieri che non sarebbero consoni ad una signora, e preferisco non formulare qualsivoglia ipotesi.
Di solito poi non Vi rivedo che nel pomeriggio inoltrato, quando salite per cambiarvi d’abito.
Passerei le ore ad osservarvi scegliere le Vostre cravatte, anche su quelle ho una teoria sapete? Quando indossate quella color dei lillà siete sempre felice. E Vi rimirate con attenzione, come voleste cercare un difetto che non riuscite proprio a trovare, alle volte, quando indossate la cravatta lilla, fischiate tra le labbra, non c’è altra cravatta che merita tale onore.
(Potessi sentire sulle gote il lieve sibilare di quel fischio)
E così stimatissimo Visconte io Vi osservo, ed ormai di Voi conosco ogni cosa; i gesti, la mimica del volto, nulla mi lascia indifferente. Il giorno che avete comprato questa casa ed il grande specchio da appendere alla parete del salottino io ho ricominciato a vivere, per troppo tempo mi hanno tenuto chiusi gli occhi al mondo. Ma Voi, mio salvatore, avete riso delle dicerie e delle storie e come siete abituato a fare avete scelto di testa Vostra.
Chi sa in quanti Vi avranno narrato le storie che circondano questa casa molte, ve lo assicuro, non sono affatto vere.
Non c’è nessun fantasma in questa casa, nessuno sferragliare di catene, la signora Malraux, che Vi ha svenduto la villa fuggendo a gambe levate è un esaltata, una nevrotica bisognosa di cure, dal canto mio non ho mai udito alcun rumore sospetto. L’unica storia vera, ve la posso raccontare, ma dovrete essere disposto ad ascoltarla fino alla fine, qualunque essa sia.
Altri prima di Voi hanno avuto la volontà di ascoltare, il primo si chiamava Sir Henry Tate e veniva dall’Inghilterra.
Era ospite del Presidente Boulanger, lo ricordo bene, Vi somigliava un poco, non nelle sembianze ma nell’atteggiamento con cui affrontava la vita.
Allora il salottino era uno studio, lo studio del Presidente di Corte d’Assise Rodolphe Boulanger, uomo distinto, pervicace persecutore dei delitti, devoto alla Repubblica prima, al Direttorio dopo e al Consolato infine. Sir Henry era un osservatore della real casa inglese, se così vogliamo chiamarlo, mandato a verificare cosa accadesse in Francia, uno degli uomini che avevano nel ’93 occupato Tolone.
Anche allora in questa stanza c’era uno specchio, esattamente dove Voi avete posizionato il Vostro; era diverso per foggia e alquanto anche per grandezza, ma era posto proprio qui su questa parete. Di fronte, dove ora c’è il Vostro scrittoio, c’era un lungo divano di pelle e quella porta che ora mi fa scorgere i piedi del Vostro letto all’epoca si apriva su una sala d’attesa.
Sir Henry non avrebbe dovuto entrare qui non invitato, ma in realtà, quando il Presidente era impegnato altrove lui ne approfittava per sedere su quel divano e leggere, fumare, semplicemente pensare.
Dopo settimane trascorse ad osservarlo decisi che sarebbe valsa la pena di narragli la mia storia, ascoltò con infinita attenzione, la stessa che Vi viene ora richiesta.
Mi chiamo Elodie. Il mio cognome è, in questa storia, forse l’unico che non servirebbe citare, ma mi hanno insegnato che così si fa, una donna morigerata si presenta col cognome del marito, perché non ci siano dubbi sul suo stato sociale. Il mio nome quindi è Elodie de Avillers maritata Boulanger, figlia del Conte e della Contessa De Avillers. A mio marito portai in dote un castello nella regione della Mosa e un titolo nobiliare che in men che non si dica si ridusse più ad un peso che ad altro, in cambio ricevetti un anello con brillante e il diritto di chiamarmi a vita madame Boulanger.
Uscii di collegio meno di un mese prima delle nozze e così finii per diventare una moglie bambina, digiuna non solo di ciò che la vita di ogni giorno richiede ad una moglie, ma ancor di più di ciò che la vita che mi accingevo a vivere, nei tempi che correvano, richiedevano ad una donna.
Lo ammetto, fui la prima a sbagliare.
Non mi riuscì di amare mio marito, nonostante tutti me l’avessero preannunciato come l’irrinunciabile dovere di una moglie. Troppo vecchio e senza attrattive per una ragazzina come me e con dei modi poi? Io che ero abituata al severo rigore delle suore della carità faticavo a sottomettermi ai suoi voleri. Certi doveri, lo ammetto, mi erano oltremodo difficili da compiere.
Rodolphe se ne accorse immediatamente, ma infondo non era per avere una donna nel letto che mi aveva sposato, l’aveva fatto per convenienza sociale, si ha bisogno di una moglie per avanzare in certe carriere, ed io ero la moglie giusta.
La mia riluttanza e gli accadimenti di quegli anni finirono per dividerci, vivevamo vite separate, incontrandoci per i pasti, andando insieme alle cene, a teatro e salutandoci poi in cima alla scala che porta a queste stanze.
Io però ero sbocciata. Non ero più la bambina del collegio, e ci fu chi se ne accorse e seppe approfittarne.
Fui ancora io a sbagliare, lo ammetto.
Io che non ero riuscita a dare il mio cuore a Boulanger come avrei invece dovuto, lo cedetti ad un altro uomo in cambio di poche parole sussurrate all’orecchio. August Aubert Bertot aveva fatto parte dei Comitati di sorveglianza, era stato uno dei più spietati sottoposti di Robespierre, ed aveva occhi di demonio in una faccia d’angelo.
Quell’inverno Boulanger venne mandato in Vandea a presiedere uno dei più grandi processi della sua carriera, io restai a Parigi in questa casa, sola, non seppi mai se Bertot avesse avuto un merito in tale designazione.
Persi ogni freno. Mi svegliavo con il desiderio di vedere August? Correvo a cercarlo in ogni dove, esponendomi a pericoli inusitati, lasciando il pudore e l’orgoglio tra queste mura.
Non m’importava di nulla. Di nulla avevo paura se non di perdere il suo amore, scesi a livelli di abiezione tali a cui solo una donna innamorata può scendere e tradii me stessa oltre che mio marito infinite volte.
La primavera mi colse all’improvviso e con essa la fine del processo ed il ritorno del Presidente. Non ci mise più di uno sguardo a capire, infondo non era poi così sciocco.
Nel frattempo era entrata in vigore la nuova costituzione e il Direttorio, mio marito era divenuto uno dei 250 senatori del Conseil des Anciens.
Rodolphe, che sperava in futuro di essere eletto directors non poteva restare impassibile, zimbello di tutta Parigi, agii come poteva. Tutti coloro che avevano appoggiato la politica di Robespierre erano ormai considerati con sospetto, e August Aubert Bertot era uno di questi. L’ 8 Messidoro dell’anno IV, insieme agli ultimi monarchici e a quei pochi preti ancora refrattari al regime, venne deportato in Guyana, io non lo vidi mai più.
Oramai mio marito aveva solo un ostacolo tra se è la grandezza.
Non ho mai saputo come abbia giustificato la mia improvvisa sparizione, ha lasciato questa casa diversi anni dopo e mai, fino a che è stato qui, si volto a guardarmi. L’ultima volta che l’ho visto negli occhi accostava all’apertura il pannello di legno a cui Voi avete appeso lo specchio, murando me e il bambino che ancora aspetto in quest’intercapedine, era il 21 Pratile dell’anno IV.
Negli anni la casa è mutata e con essa i suoi abitanti, solo io resto, immobile tra queste spesse lastre di quercia. Alle volte però, proprio come quando qui viveva Boulanger, a questa stessa parete, a questo identico pannello viene appeso uno specchio, e per me è di nuovo luce. Da quello specchio come fosse una finestra io vedo di nuovo e volendo, proprio come ora, posso narrare la mia storia. Il primo a cui ho concesso quest’onore, Ve l’ho già detto, è stato Sir Henry Tate scomparso improvvisamente nel nulla il 21 Pratile dell’anno VII, in realtà se aveste appeso lo specchio due pannelli alla mia destra, adesso, sarebbe direttamente Sir Henry a raccontarVi la sua storia. La sua, la mia e forse anche quella del suo vicino Victor, che scomparve senza lasciar traccia di se il 09 giugno del 1807.
Allo stesso modo, se aveste deciso di appendere lo specchio proprio di fronte a me, lì dove avete invece messo il Vostro scrittoio, a contarvi la sua storia e quindi anche la mia sarebbe stata la piccola Florence Malraux di anni dodici, scomparsa improvvisamente nel nulla il 09 giugno 1821, Anche lei, come Voi, come Sir Henry e Victor, fu così gentile da ascoltare la mia storia.
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giovedì, 13 aprile 2006

13

Ci siamo incontrati in un prato tagliato all’inglese, festa di fine estate di un ricco notaio e la sua signora, io ero decisamente fuori posto, lui sarebbe stato fuori posto ovunque.
Ci siamo scontrati con due bicchieri di bianco tra le mani e la testa voltata in alto a guardare il cielo. Ho capito così che era l’uomo per me, dei presenti solo noi due guardavamo il cielo in una sera che avrebbe meritato non si facesse altro.
Così l’ho conosciuto.
Certo non faceva una bella impressione; avrebbe dovuto tagliarsi quei capelli arruffati e nodosi, avrebbe dovuto infilare la camicia nei pantaloni, ma lui all’epoca non le conosceva certe buone maniere o meglio non le rispettava.
Quattro chiacchiere ed io già l’amavo, era il millenovecentosessantasette ed ero tanto giovane da non saper distinguere dove finisce l’amore ed inizia la lotta.
La rivoluzione sessuale era arrivata anche a da noi, magari con più fatica che nelle grandi città, ma era arrivata e ci aveva investiti in pieno. Io avevo sofferto all’inizio un poco il timore di tirar fuori la voce e le gambe, figlia com’ero di un militare, della sua rigidezza e delle sue paure, ma poi in un impeto quasi distruttivo di emancipazione mi ero attaccata a Roberto, che di quella rivoluzione dei costumi portava i segni in ogni parte del corpo della mente e del cuore, finendo per straziare i legami col passato, la famiglia, la scuola.
Mi sentivo così orgogliosa di me che non avrei saputo far di meglio nella vita. Mi sentivo un’eroina dei miei giorni, che per amore, solo per amore, lasciava tutto e si trasferiva a Roma.
A papà venne quasi un infarto, me la sento ancora nelle orecchie la sua voce rauca dallo sforzo che mi grida per le scale che se esco dal portone non ho più una casa, un padre ed un cognome. Potrei ricordare tanti episodi del Generale, come lo chiamavo io prendendolo in giro, episodi più dolci e più vicini nel tempo, che è stato gentiluomo, come dicono i proverbi, e mi ha reso un padre, una casa ed un cognome. Ma è quell’urlo che mi resta nella mente, solo quello.
Ci trasferimmo a Roma, lui lavorava nella tipografia di un quotidiano nazionale, io “emancipata” lo aspettavo a casa tutte le sere con la cena pronta. Spesso con lui rientravano i suoi amici.
All’inizio mi divertivo in quelle serate tutte incentrate sulla politica, fino a notte fonda a chiacchierare, ma dopo un po’ non ce la facevo più, mi annoiavo. Lo ammetto la politica non ha mai fatto per me.
Roberto oramai se non invitava i suoi amici a cena rientrava tardissimo, cera sempre una riunione al collettivo a cui partecipare e poi il volantinaggio e gente da vedere e cose dire e credo avesse altre donne, ma io ero emancipata no? Ed allora aspettavo a casa in silenzio come neanche mia nonna avrebbe fatto.
Una sera rientrò pieno di lividi, si erano scontrati con altri quattro ragazzi ed erano finiti tutti in questura, schedati.
Guardavo quei lividi e mi sentivo Anita Garibaldi al cospetto del suo eroe ferito in battaglia. Una sera rientrò con un pacchetto sotto la giacca, era avvolto in carta di giornale, lo caccio infondo ad un cassetto come se scottasse, la mattina dopo rosa dalla curiosità l’aprii; c’era una beretta.
Non ne ricavai grossa impressione. Io ero cresciuta in una caserma, alle armi ero abituata, ma capii che c’era stata una svolta e non feci niente per non esserne coinvolta.
Quando penso al passato mi rendo conto che quello era il momento per fuggire, per togliere tutte le mie cose dai cassetti e lasciarci solo la beretta, Roberto non m’avrebbe inseguita per portarmi indietro, non si sarebbe forse nemmeno stupito. Io però ero innamorata, lo ero con tutta la forza che avevo, dovevo esserlo, dovevo per non fare i conti con le scelte di quei mesi, con i miei genitori che non vedevo da tempo, con i libri lasciati a marcire. Io dovevo essere innamorata e lui doveva essere un eroe, altrimenti nulla sarebbe più valso la pena.
E così ho fatto la lotta armata ed ho visto il sangue di uomini innocenti sparso sull’asfalto, e sono finita stretta tra due carabinieri, i ceppi a mani e piedi, i capelli scomposti sul viso in copertina su Paese Sera, e tutto questo l’ho fatto per amore.
Ricorderò per sempre gli interrogatori della polizia, le minacce urlate in viso, il freddo di quelle stanze con tutte le finestre aperte a far corrente. Ricorderò le domande sempre le stesse per settimane, per mesi, l’isolamento in un carcere di massima sicurezza. Avrei voluto scomparire, ed in effetti c’ho provato non mangiando, non parlando, catatonica.
La compagna Silvia s’è pentita, la compagna Silvia collabora con gli inquirenti, la compagna Silvia è un giuda, è vigliacca, è una traditrice e deve morire. Anche Roberto lo diceva, “deve morire”.
La compagna Silvia invece era solo terrorizzata, fuori di se dalla paura e non sapeva più cos’era, chi era e dov’era il suo amore. Tutto un paese intero la chiamava assassina, in sette mesi di galera i suoi genitori non si erano fatti sentire nemmeno tramite l’avvocato, lei aveva i denti traballanti in bocca, qualcosa più che un inizio d’anoressia ed avrebbe solo voluto non svegliarsi la mattina. La compagna Silvia aveva improvvisamente fatto i conti col suo cuore e le sue motivazioni ed aveva scoperto che a lei degli operai non gli e ne fregava poi molto, che della politica radicale meno che mai e che aveva seguito un uomo, proprio come aveva fatto Anita Garibaldi, solo che lei aveva seguito l’uomo sbagliato.
Non s’era chiesta veramente perché combattiamo, come sua nonna prima di lei aveva accettato le idee di un “marito” che per anticonformismo non l’aveva nemmeno voluta sposare, ma che si era scelto la più semplice e fedele delle mogli. Il femminismo con la compagna Silvia aveva fatto un buco nell’acqua e l’emancipazione idem.
In dieci anni di galera guadagnati facendo il palo a Roberto ed i suoi amici in due rapine a mano armata ho imparato a fare la maglia, e mi sono laureata in legge. Che sembra un controsenso, ma non lo è.
Ho riconquistato piano piano l’amore dei miei genitori, l’affetto del Generale che ho potuto alla fine assistere come una figlia, le tenerezze di mia madre. Roberto è divenuto un caso mediatico, lo intervistano per chiedergli le cose più strane, è uno degli “irriducibili”, ma a vederlo fotografato sui giornali con i suoi occhialini da intellettuale sembra più borghese che mai. Ha preso trent’anni ma finirà per scontarne si e no venti. Io sono fuori da cinque ed ormai alla galera penso sempre meno.
Ho aperto una lavanderia a gettoni, guadagno discretamente bene ed ho il tempo per leggere molto. Sono tornata a vivere nella casa dei miei genitori, e da qualche mese esco con uno psichiatra mio coetaneo. Credo l’affascini la mia storia.
Ieri ho ricevuto una lettera di Roberto.
Negli ultimi quindici anni ci siamo incontrati solo ai processi, nelle gabbie delle corti d’assise non ci siamo mai nemmeno guardati in faccia, mai detti una parola, ora però lui mi scrive.
Ho tenuto la lettera in borsa fino a sera senza aprirla. La tentazione di gettarla via così ancora chiusa è stata fortissima, ma sono crescita un bel po’ negli ultimi anni ed alla fine ho strappato la busta e ho letto.
Cara Silvia,
e poi una valanga di parole, parole di perdono, d’accettazione, di rimorso e scusa, parole d’amore perfino, parole però, solo parole.
Se le avesse scritte cinque anni fa avrei risposto alla sua lettera, usando le stesse identiche sue parole, per dirgli che non lo odio, che ho capito dove entrambe abbiamo sbagliato, che avremmo dovuto vivere diversamente ma che ora tornare indietro non si può.
Oggi invece non ho voglia di scrivergli alcunché.
Che il mio cuore ha già amato abbastanza per tutta una vita e forse due e non ho interesse a perdonare, a scusare o a capire, sono certa lo comprenderà da solo. Che quella ragazza intenta a fissare le stelle si è trasformata con dolore in una donna non voglio che lo sappia, la compagna Silvia è morta. Finalmente.

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lunedì, 06 febbraio 2006

cinque strane abitudini

Ecco dottore non è che io mi senta proprio male. No.
Certi giorni anzi sto da Dio, saranno gli ansiolitici che mi ha prescritto la settimana scorsa o il prozac che continuo a prendere ad libitum, ma in questi giorni mi sento proprio bene.
Dormo, dormo molto meglio, ho anche convinto Felice a lasciare le tapparelle leggermente alzate, lei lo sa che io non posso dormire al buio no? Ecco a Felice la cosa non lo faceva poi tanto felice!!! Si lo so che la battuta non è delle migliori, ma gli ansiolitici, dottore lo sa, mi azzerano il senso dell’umorismo.
Cosa le stavo dicendo? Ah si! Le parlavo della notte. Da quando Felice acconsente a dormire con la luce in camera dormo molto meglio, quando mi sveglio non ho paura di non sapere più dove sono e mi sento più rilassata. Certo la mattina torno ancora un paio di volte indietro per controllare se ho chiuso il gas, ma certi automatismi, lei m’insegna, nelle mie condizioni sono quasi normali. Sto provando poi a guardare la gente negli occhi, ci provo le assicuro, ma ciò nonostante mi resta sempre e comunque il bisogno di guardar loro le mani. È strano mi rendo conto, ma che vuole, già che non guardo più solo quelle, è un passo avanti no?
Parlo anche molto meno da sola, specie in macchina riesco a fare dei tragitti interi senza raccontarmi una storia, una qualunque, questo ha migliorato la mia attenzione alla guida e soprattutto non debbo più far finta di avere il vivavoce per giustificarmi con tutti quelli che non si fanno proprio gli affari loro.
Vedo che annuisce… sono felice che apprezzi. Io ci sto provando, ed anche Felice se ne è reso conto. Di tanto in tanto ricado nelle mie stranezze, ma lei dice che è normale no? Avere qualche problema a ricominciare una vita normale dopo certi terremoti emotivi. Vede come la sto a sentire? Questa dei “terremoti emotivi” era una definizione sua, se la ricorda? Ogni tanto la uso. M’è piaciuta così tanto che la uso spesso veramente. Ieri l’ho ripetuta alla parrucchiera, quando m’ha visto contare i capelli che cadevano le ho detto di non guardarmi così stupita, certi atteggiamenti sono normali dopo certi “terremoti emotivi”. Ha capito, sono certa che ha capito. Infatti se girata dall’altro lato ed ha ricominciato a lavorare tranquilla.
Sa che succede però, magari succedeva anche prima e non me ne ero resa conto, ma da qualche tempo la gente mi guarda come se avesse paura di me. Anche Felice, si chiude in bagno certe volte e duro fatica a farlo uscire, che sciocco. Annuisce… bene vedo che comprende. La parrucchiera per esempio aveva certi occhi sgranati!
Ba! Comunque mi sento proprio, ma proprio bene ed è tutto merito suo, no non si schernisca dottore, è merito suo, ne ho girati tanti di psichiatri prima di lei sa! Ma nessuno mi aveva fatto sentire così bene. Saranno gli ansiolitici. Una mano santa le assicuro una mano santa.
Ma si sente bene? È un poco rosso lo sa?
Beh!certo con questo caldo  le calze non fanno stare a proprio agio, ma non avevo altro con cui imbavagliarla. Vede che avevo ragione io quando le cantavo le lodi delle calze autoreggenti? Lasci stare il fatto che a me le cose strette in vita fanno quasi impazzire e quindi i collant non li potrei mai portare, ma se ora non avessi avuto le autoreggenti come avrei fatto in contemporanea ad imbavagliarla ed a stringerle qualcosa al collo? Ci provi lei con un paio di calzini!!! Non si agiti, tanto mi sento meglio. Ed è tutto merito suo.

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giovedì, 12 gennaio 2006

Lo scheletro nell’armadio

Negli ultimi quattro mesi ho lavorato come collaboratrice domestica per il senatore Pinkerton.
Non è un brutto lavoro, otto ore sotto la direzione di un maggiordomo d’origine inglese, tutti i contributi pagati, e i lavori veramente pesanti li fa una ditta esterna.
Avete presente quelle immagini di Dumbo dove gli elefanti stanno in precario equilibrio su piccolissimi supporti? Anche qui, quattro matrone messicane che pesano non meno di un quintale salgono su scalette d’alluminio che sembrano stuzzicadenti per pulire lampadari ed altissime finestre.
Io no, io tolgo la polvere nello studio, lucido l’argenteria e mangio da dio i pasti cucinati da uno stronzissimo cuoco francese. Ecco, se c’è una cosa che non va di questo lavoro è quel cochon di un francese.
Per il resto sto proprio bene. M’è capitato di peggio, ad esempio vendere scarpe nel reparto bambini, moccio, pianti isterici, morsi, ed io sempre col sorriso sulle labbra a infilare scarpe da tennis su calzini bucati.
Il senatore Pinkerton in confronto è un cliente semplice, ha la tendenza a dare pacche sul culo delle cameriere ma per il resto mi rende il lavoro semplicissimo.
Voi di certo pensate che siano vere tutte le stronzate che leggete nei libri gialli. Le apparecchiature elettroniche miniaturizzate, le cimici nei telefoni e le telecamere nascoste. Metodi buoni solo per la polizia. Con quella roba lì ci si intercettano gli spacciatori da strapazzo e qualche ladruncolo, perché una cosa è certa, quelli anche se si credono Arsenio Lupin, alla fine, una cazzata tipo vantarsi con l’amante al cellulare, la fanno sempre.
Se avete un cliente difficile invece, uno con una certa esperienza, un politico come il mio, allora con le cimici non ci fate proprio niente. Vi occorro io.
Non bastano due orecchie e due occhi qualsiasi, questo è un altro errore che di certo voi inesperti fareste, due orecchie anche collegate ad un cervello, già merce difficile da trovare, non sarebbero in grado di selezionare le fanfaluche dalle notizie importanti.
Io le studio le mie pratiche, e assicuro i risultati nel modo migliore, vi serve un informazione? Ok. Mi pagate solo quando ve la porto, solo ad informazione verificata, ma non fate scherzi, io vi conosco bene almeno quanto conosco il mio cliente, e prima di dirvi ciò che ho da dire, siatene certi, mi sono già creata a vostre spese una bella assicurazione sulla vita. Non si sa mai che non vi venga il desiderio di toglier di mezzo un paio di orecchie indiscrete.
Non sarei sopravvissuta così a lungo se non sapessi di voi tutti abbastanza da tenervi stretti per le palle. Tranquilli però, forse le mie orecchie sono indiscrete, ma non c’è niente al mondo di discreto quanto la mia bocca.
Quindi ricordate, io ho le orecchie e gli occhi che fanno per voi, se mai ne aveste bisogno.
Per adesso però sono occupata con il senatore Pinkerton, uomo interessante il senatore.
Dovrei tralasciare per non annoiarvi gran parte della storia della sua vita fino a cinque anni fa, è una storia degna di attenzione, nessun uomo che arrivi dove è arrivato lui ha una storia semplice alle spalle, ma ai fini del mio “ascolto” potrebbe non avere nessuna importanza.
Dicevo, fino a cinque anni fa Jerom Pinkerton era l’avvocato di punta, nonché socio di maggioranza dello studio Pinkerton Solinas & Zuckermann, esperti in diritto societario. Oggi afferma, per pura convenienza politica, di essere del tutto estraneo allo studio legale, che pure continua a portare il suo nome.
A quello che ho potuto appurare Jerom non si era mai interessato di politica, né risultava schierato in alcun modo, certo aveva l’aria del conservatore e viveva, apparentemente, come tale, ma si era lasciato ogni porta aperta. Jakob Zuckermann infatti, forte dell’appoggio della comunità ebraica newyorkese aveva fatto dello studio Pinkerton Solinas & Zuckermann un centro studi per i diritti degli ultimi, così lo chiamavano. In pratica gli affiliati impegnavano un certo numero di ore libere per patrocinare cause pro bono che riguardassero diritti civili e minoranze etniche e religiose. Pinkerton in persona non ha mai patrocinato nessuna di queste cause, in realtà nessuno dei soci, neanche Zuckermann, l’ha fatto.
Quindi, quando cinque anni fa Jerom si è candidato con i democratici alla carica di senatore nessuno si è realmente stupito, allo stesso modo non si sarebbero stupiti se si fosse candidato con i repubblicani. Il senatore è un uomo buono per tutte le stagioni.
Come era da aspettarsi Solinas e Zuckermann hanno appoggiato la sua candidatura dicendosi dispiaciuti dell’assenza di Jerom dallo studio legale ma felici che tale sacrificio venisse sopportato per rendere un servizio alla nazione. Pinkerton ha smesso formalmente di interessarsi dello Studio e gli altri soci non hanno apparentemente avuto influenza alcuna nelle scelte del senatore in questi quattro anni di legislatura.
E così veniamo ad oggi. O meglio a quattro mesi fa, in piena campagna per la rielezione del senato.
Avrete capito di certo che, per quanto io sia un tipo piuttosto comune, non mi troverete sull’elenco telefonico, se arriverete mai a telefonarmi allora significherà che avete amici potenti e buoni informatori, non lo faccio per discriminare, ma di norma senza certe adeguate caratteristiche non potreste comunque permettervi i miei servigi.
La telefonata di quattro mesi fa era una telefonata come un’altra, mi si chiedeva un servizio, lo si chiedeva nei modi dovuti e con le dovute garanzie ed io, momentaneamente a riposo, ho accettato.
Ci sono volute un paio di settimane e una “spintarella” alla precedente cameriera perché trovassi il modo giusto per inserirmi nella vita di Pinkerton. Certe scelte non le faccio mai a caso, in certi ambienti meno importanza hai e più cose senti. Per Pinkerton io conto come la tappezzeria del salotto, se non fosse che l’altra cameriera è bionda credo ci confonderebbe, questo è già un ottimo risultato.
Comunque, una volta insediata alla villa ho fatto quello che faccio sempre, ho studiato il mio uomo.
Il senatore è una faccia pulita. Garbato nelle richieste, onesto nei pagamenti, sensato nelle pretese, in una parola è perfetto, troppo perfetto. Vedovo da circa dieci anni ha perso la moglie in un incidente automobilistico, lo stesso in cui la moglie di Solinas, che guidava, ha perso l’uso delle gambe. Pare che le signore, trascurate dagli impegnatissimi mariti, si frequentassero molto. La moglie di Zuckermann non c’era per il semplice motivo che Zuckermann non è mai stato sposato.
Il senatore ha una figlia, Sandra. In quattro mesi non l’ho mai vista se non sorridente nelle cornici del salotto, sembra che sia in Florida, che lavori con una multinazionale delle assicurazioni, sia lesbica e se ne fotta di papà.
Il senatore ha anche una relazione, è un vedovo relativamente giovanile ed è un uomo di potere, era logico ne avesse una, non posso usarla però, forse farebbe qualche scalpore visto che lei è di una ventina d’anni più giovane di lui, ma non è sposata, non ha figli, ne pendenze varie, non è un ex-galeotta, una sospetta terrorista, di professione non fa la puttana. In pratica susciterebbe curiosità ma nulla di più. Credo che il senatore tenga la relazione segreta semplicemente perché così, all’occorrenza, sarà più semplice scaricare la bella senza dover dare spiegazioni al mondo. Non va, non è quello che cerco.
In verità, come vi dicevo, il senatore mi rende la vita ed il lavoro piuttosto semplice, e com’è logico che sia, un poco di sporco sotto le unghie l’ho trovato, ma non è abbastanza.
Nella cassaforte ci sono un centinaio di titoli al portatore, una quantità sospetta se non fosse che siamo in campagna elettorale e che i titoli di stato sono la moneta sonante con cui gli “anonimi” contribuiscono alla rielezione del proprio candidato. Finanziamenti illeciti? Troppo vago, troppo poco, bisognerebbe provarlo e non è questo che vuole chi ha telefonato.
In breve il mio compito è scoprire un motivo, un macchia, uno scheletro qualsiasi che convinca Pinkerton a ritirarsi onoratamente dalla scena politica tornando, incoronato d’alloro, a capo dello studio legale Pinkerton Solinas & Zuckermann.
Badate bene ho detto uno scheletro qualsiasi, ma ciò non significa che un tipo come Jerom si batte riesumando una qualche amante o sbandierando i gusti sessuali della figlia in pubblico, serve uno scheletro che puzzi ancora, per questo, vi dicevo, la storia di Pinkerton prima di questi cinque anni poteva essere troppo vecchia e stantia per i miei fini.
La richiesta è stata precisa. Qualcosa che non lasci via di scampo, che non lasci margini a trattative o ripensamenti, che porti all’immediato, sicuro ed improcrastinabile ritiro del senatore dalla scena politica. E forse la settimana scorsa ha fatto bingo.
Ho trovato qualcosa esattamente dove non avevo mai cercato. Nel passato remoto del senatore. Pensavo che tornare indietro non fosse utile e così avevo ristretto il campo agli ultimi cinque anni sbagliando di grosso.
Negli ultimi cinque anni, da che è senatore degli Stati Uniti, ma anche negli ultimi venti direi, Jerom si è comportato esattamente per quello che appare, come un uomo onesto e rispettabile, vagamente all’antica.
Ma prima?
Rassettando una delle camere da letto degli ospiti, ho trovato in un armadio a muro una vecchia scatola di latta, di quelle per i biscotti danesi, di certo avete presente il tipo. Quando l’ho aperta non ho capito subito di aver fatto bingo, dentro c’erano vecchie foto in bianco e nero, ho guardato meglio spinta dalla curiosità ma soprattutto dalla noia che mi da togliere la polvere. Uno degli uomini era indubbiamente Pinkerton, in divisa da soldato, l’altro aveva un’aria vagamente familiare ma non mi riusciva di capire chi fosse. La donna non l’avevo mai vista prima.
Ho impiegato parecchi minuti ed ho dovuto guardare molte di quelle foto per capire che il secondo uomo era Jakob Zuckermann. Saranno stati i capelli, ormai un lontano ricordo, o più facilmente i tanti chili di differenza tra Jakob di oggi e quello di allora a portarmi fuori strada, ma se non mi fossi concentrata sugli occhi non avrei mai riconosciuto in quel ragazzo in posa di tre quarti uno degli altri soci fondatori dello studio legale.
Ho cercato nella scatola foto del giovane Solinas, ma non ce n’erano, ne c’erano foto della moglie di Jerom. In ogni istantanea però compariva la donna mora a cui non avrei saputo dare un nome. Era giovane, vestita modestamente con i capelli scuri e i lineamenti marcati, una bella ragazza con lo sguardo perso all’orizzonte. Colpiva il suo sguardo, il tenersi discosta da entrambe gli uomini, come a rimarcare il non essere di nessuno dei due, anche se la situazione diceva il contrario. Colpiva soprattutto l’espressione dei tre, che fossero ritratti insieme o in coppia nessuno dei tre sorrideva, mai. Era come se fossero obbligati a mettersi in posa, solo Zuckermann aveva alle volte un espressione differente, una sorta di ghigno come a volersi beffare del fotografo, e tutto questo aveva poco senso visto che dall’angolazione sempre uguale si capiva che le foto erano scattate con l’autoscatto.
Non avevo mai pensato che l’amicizia di Pinkerton e Zuckermann potesse essere tanto risalente nel tempo da vederli insieme giovani uomini, prima di Solinas, prima dello studio legale. Fino a che punto erano legati quei due? Chi era la donna? E soprattutto dov’erano state scattate le foto?
Nonostante fossero quasi monotone quanto a pose ed espressioni lo sfondo mutava quasi ad ogni scatto.Le strade cittadine, l’architettura, l’età dei protagonisti e la divisa parlavano direttamente dell’Europa post bellica. Ho chiamato un “amico” che poteva saperne di più, ho fatto ricerche approfondite ed ho scoperto che nessuno è realmente chi dice di essere e che il passato ritorna.
Oggi poi, ho concluso le mie ricerche con un viaggio. Ho visitato una donna dai lineamenti marcati che vive in una casa di riposo a Seattle, è ancora relativamente giovane, ma soffre da sempre di qualche disturbo psichiatrico. Si chiama Elsa Zuckermann ed a pagarle il ricovero è il fratello Jakob.
La signora Zuckermann ha ormai tutti i capelli bianchi, è ingrassata per l’effetto delle medicine e per l’età, ma ha lo stesso identico sguardo che aveva quarantacinque anni fa.
So bene che non si dovrebbe dar credito alle parole di una donna che ha trascorso gli ultimi quarant’anni in manicomio, ma a me servivano solo i dettagli ed Elsa, nei dettagli si è rivelata bravissima.
Berlino 1950.
La guerra è finita da qualche anno ormai e Berlino è già divisa in due anche se ci vorrà ancora un decennio perché s’innalzi il muro. Elsa è Jakob vivono nella parte ovest della città, sono rimasti soli al mondo, sopravvissuti, unici della loro famiglia, al campo di Dachau. Elsa è bellissima, attira gli sguardi dei passanti, ma è timida come un uccellino, psicologicamente provata, muta, attonita. Tra gli uomini che la notano c’è un giovane soldato americano.
Jerom Pinkerton è riuscito a laurearsi in legge prima di partire per la guerra, ed ha avuto la fortuna di partire quando in pratica la guerra era già finita, di stanza a Berlino è in procinto di rimpatriare quando incontra Elsa e se ne innamora follemente.
Jakob e Jerom legano subito, coetanei, entrambi laureati in legge, hanno molto in comune; Jakob poi vede in quell’americano innamorato della sorella la possibilità di lasciare la Germania e di raggiungere gli Stati Uniti. Essere ammessi in america non è semplice infatti, la voglia di espatriare a Berlino è generale e le autorità americane hanno messo un freno all’immigrazione. Jakob sa bene però che se Pinkerton garantisse per lui ed Elsa, loro potrebbero avere il visto in pochi giorni. In pratica getta la sorella nelle braccia di quell’uomo.
In realtà non ha molte alternativa.
La maggior parte degli ebrei sopravvissuti sta raggiungendo il neonato stato di Israele, Jakob non potrebbe mai, lui ha altre intenzioni, e poi semplicemente Jakob non è Jakob.
Joseph Leimberg nasce in Germania nel 1922 a Berlino, è quindi poco più giovane di Jakob e di Jerom. Frequenta la facoltà di Legge all’Università e qui conosce Zuckermann, in realtà quando i due s’incontrano Jakob si è appena laureato, solo qualche mese e non avrebbe più potuto farlo, le università di tutto il paese, infatti, di lì a poco verranno chiuse agli ebrei
Per qualche anno si perdono di vista, travolti dalla guerra che li schiera su fronti opposti, uno tra i carnefici, l’altro tra le vittime. Si rincontreranno solo alla fine. Solo a Dachau.
Leimberg arruolato più per dovere che per convinzione nelle SS ha finito per divenire il perfetto prototipo del soldato tedesco, esegue senza domandare, esegue e dimentica, forse alle volte non vorrebbe, ma è un soldato tedesco e la disciplina per lui è tutto. Dachau non è il primo campo di concentramento che vede, ha avuto modo di abituarsi alla vista di quell’umanità disumanizzata, ha conosciuto l’odore dei corpi ammassati. Sa bene cosa gli viene richiesto ed esegue. La guerra gli ha portato via entrambi i genitori e forse, con loro, quel poco di umanità che gli restava.
Mesi dopo essere arrivato a Dachau però, in quella massa informe di corpi, tra quei volti tutti uguali riconosce Jakob. È pelle e ossa, è meno di niente, ma è un legame col passato, con un passato normale, con il suo essere stato un uomo prima che un soldato. Lo convoca, ne fa il suo schiavo personale, Jakob vive così una vita migliore, e grazie a Leimberg di tanto in tanto riesce ad incontrare Elsa, internata nel campo femminile.
A Jakob probabilmente sembra il paradiso, quello che prima era un suo amico adesso si fa lustrare gli stivali, ma lui mangia più degli altri, lui non partecipa alle selezioni, vede Elsa, soprattutto, vede Elsa.
È preoccupato per la sorella, ed ha ragione, troppo fragile per un esperienza del genere Elsa alle volte non lo riconosce nemmeno. È pronto a tutto perché la sorella stia bene, lo dice a Leimberg, arriva ad affidarla a lui, a promettere di essere il suo schiavo per sempre, lo fa di fronte ad una Elsa che piange, le dice che per sempre dovrà essere riconoscente a quell’uomo, che qualsiasi cosa lui dica è legge. Lega la mente distrutta di Elsa a quel comando. Lui non sa ancora, ma avrebbe forse fatto meglio a lasciarla al proprio destino.
La guerra nel frattempo sta per finire, i russi marciano attraverso la Germania, la guerra è persa tutti lo sanno. Le SS lasciano i campi ripiegando su Berlino, alla ricerca della protezione di Hitler senza sapere che non ne avranno alcuna. Non tutti però fanno quella scelta, c’è chi più lucidamente comprende che è arrivata la fine e decide di morire, tra questi c’è Joseph Leimberg.
Si prepara al suicidio con metodo, Jakob lo guarda in lacrime, nella sua mente distrutta sta per perdere ogni protezione, Elsa è con loro, lui si troverà solo e non saprà come pensare alla sorella, come proteggerla. Implora Leimberg di non uccidersi, di non lasciarli soli, e Leimberg gli propone un’alternativa.
Jeseph non aveva certo premeditato, ma a quel punto gli sarà sembrato normale che Jakob facesse anche questo per lui. Perché lui si occupi di Elsa per sempre sarà Jakob a morire. Elsa piange, forse non capisce a pieno, ma cinquant’anni dopo ancora racconta quei momenti senza saltare un particolare, l’odore della polvere da sparo, il rumore del corpo che cade, Leimberg che indossati gli stracci di Jakob la guida fuori dai campi abbandonati. Nelle fredde campagne tedesche.
Come molti ebrei spaventati, anche loro per altre ragioni, eviteranno l’incontro con i soldati russi, si ripareranno nei fienili e giungeranno a Berlino con le prime truppe americane.
Da li la storia è storia d’oggi. Due uomini che ora sono uno solo, due uomini che sono fusi insieme.
Jakob vede in Pinkerton il passaporto per un mondo in cui ricominciare, essere realmente se stesso anche se con un nome nuovo, provare ad avere una vita diversa. Lo convince, blandendolo con l’amore di Elsa, a portarli con se in america a fare di loro la sua famiglia.
Cinque anni dopo Elsa viene ricoverata in clinica. Forse le sue condizioni peggiorano, più facilmente inizia a dir cose che non dovrebbe dire, a Zuckermann serve che lei stia zitta. Così le costruisce un nuovo lager, un lager per pazzi, e la rinchiude a vita. Pinkerton sentimentalmente s’era già rifatto una vita, non si può amare alla follia una folle.
E così tutto continua, Zuckermann non si creerà mai una famiglia sua, non avrà una moglie ne dei figli, probabilmente non è più abbastanza umano per farlo.
Pinkerton sarà il suo legame permanente con il passato e con la verità, dubito che il Senatore sappia, ma ai miei fini, ai fini di chi mi ha ingaggiato questo non conta. Basterebbe anche solo il sospetto per distruggere Jerom Pinkerton per sempre, come senatore, come avvocato, come uomo.
E così ho trovato ciò che cercavo, lo scheletro nell’armadio, lo scheletro di un ebreo morto nel 1945, uno scheletro che puzza ancora.
Ricordate, questo è semplicemente il mio lavoro, e io sono brava nel mio lavoro, se mai vi servisse, ora sapete a chi telefonare.

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giovedì, 05 gennaio 2006

Ironia della sorte

(post blu)

Io lo so che nemmeno mi vede, non mi faccio illusioni; ogni giorno da cinque anni ci sediamo uno di fronte all'altra, lui detta ed io scrivo, lui ordina ed io eseguo, lui mi fissa, io sorrido. Ma lo so bene che nemmeno mi vede.
Quando ho cominciato a lavorare per lui avevo cinque anni di meno e quindici chili di più, ero forse un poco grassoccia, lo ammetto, ma niente di particolare, i ragazzi della mia età non disdegnavano di invitarmi a ballare ed io non disdegnavo di accettare, ero come una mela rossa al mercato, lucida, florida, profumata.
Giorno dopo giorno però, a forza di sedergli di fronte, di guardarlo negli occhi, ho cominciato ad amarlo, se può chiamarsi amore questa specie di follia, a volere che mi vedesse anche lui, che non mi guardasse come guarda il ficus alle mie spalle, ma che mi vedesse veramente, florida, lucida, profumata.
Per un po' di tempo ho pensato che dimagrire sarebbe stata una buona idea e mi sono messa a dieta, i primi cinque chili sono volati in un secondo fuori dal mio corpo ed ammetto che più di prima i ragazzi della mia età non disdegnavano di invitarmi a ballare, ma io non accettavo più.
Era lui che volevo, solo lui. Per lui dimagrivo a vista d'occhio, per lui avevo cinque chili di meno, per lui mi facevo bella, bella come una mela al mercato.
Ma nonostante mi fossi fatta veramente quasi bella, ed avessi osato addirittura una gonna a fiori rossi un poco sopra il ginocchio, lui continuava ad attraversarmi con lo sguardo come se attraverso me potesse realmente vedere il ficus alle mie spalle.
I secondi cinque chili sono stati più faticosi da perdere, un poco perché la costanza iniziava a mancarmi e la sofferenza mi tendeva i nervi, infondo non ero poi così sicura che dimagrire fosse una buona idea, un poco perché il fisico si ribellava al digiuno ed a guardarmi allo specchio mi vedevo avvizzire, non ero più florida come una mela.
Ho sofferto per gettarli dalla finestra, ma alla fine ce l'ho fatta. È stato un successo effimero e senza perché. Lui ha continuato a fissarmi con la stessa espressione di sempre, non mi vedeva, guardava il ficus.
La terza cinquina invece è scesa giù dal mio corpo come acqua nello scarico del lavandino, non faccio più alcuna fatica a stare a dieta, non m'interessa più il cibo, non m'interessa più nemmeno ballare, veramente ad interessarmi non c'è più molto, solo lui. Solo lui mi tiene in vita.
Adesso avevo pensato di perderne altri cinque, così, tanto per non perdere la speranza che di cinque chili in cinque chili io possa farmi vedere da lui farmi vedere veramente, ma ironia della sorte ieri è morto il ficus.
S'è seccato, è ingiallito e si è piegato in due come un vecchino col mal di pancia. Non è morto così all'improvviso, ma io sinceramente non c'avevo fatto caso, sono mesi che non l'annaffio, che non lo nutro, infondo perché dovrei? Se non mangio io anche il ficus può farne a meno, no?
Ironia della sorte è stato lui a rendersene conto, mentre dettava, a metà di una lettera qualunque, mentre io pregavo che alzasse lo sguardo e mi vedesse, lui come se realmente attraverso me che gli siedo di fronte, come attraverso un vetro, potesse vedere il ficus, mi ha chiesto di gettarlo via.
Mi ha detto "cosa succede Gloria? a questo ficus qui è rimasta solo l'anima; lo getti via, ne compri uno nuovo e l'annaffi sta volta!".
Il tono era di rimprovero, di fastidio, di stizza, per quella morte non annunciata che ha scomposto il lento andamento della giornata, per la visione di quello scheletro di pianta, rinsecchito e vecchio come me!
Ironia della sorte, è stato mentre infilavo il povero ficus in un bustone nero di quelli per l'immondizia che ho capito. Ci sono voluti cinque anni, ma ho capito! Dovrei morirgli davanti perché mi vedesse, diventare piena di grinze e grigia come una mela messa a seccare, poi magari ammuffire lentamente su un lato, quello che lui non vede, ed alla fine, un'altra mi infilerebbe in un grosso bustone nero di quelli per l'immondizia, e prenderebbe il mio posto su quella sedia dando le spalle al ficus.

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categoria:racconti, racconto
martedì, 15 novembre 2005
Madam Caròl


Venghino signori venghino…
Qui si vende la fantasia e tutto è più reale del vero
Poche lire e vedrete l’unico uomo serpente esistente al mondo
La donna barbuta
Ercole capace di sollevarvi con una sola mano
Venghino signori venghino
Cosa volete che siano poche monete?
Potrete raccontare a casa di aver visto le stranezze più grandi, di aver toccato con mano.
E poi c’è il tiro a segno dove tutti vincono ed i più bravi vincono tutto!
e Madam Caròl che vi legge il futuro ed indovina il passato nelle carte.
Venghino signori venghino…
Credete davvero che sia capace di indovinare il passato su questi tarocchi dal dorso spellato?
Poveri illusi. Se potessi qui fuori scriverei “Madam Caròl lettrice di scarpe” ma poi, di fronte alla realtà chi entrerebbe mai a darmi i suoi spicci sospirando d’amore?
Quando varcate la soglia io già so, me lo dite voi con gli occhi, la camminata, addirittura col modo in cui mi porgete quella misera moneta.
Scansate la tenda lurida di mille manate e io capisco al volo. E vi illudo l’ammetto. Ma cosa fare altrimenti? Ricavate più voi dalle mie pietose bugie che io dal vostro soldo bucato.
Quando arriva una ragazza, giovane carina ma con delle scarpe così, io cosa dovrei pensare?
Quelle scarpe povero amore non le avresti ridotte così nemmeno portandole una vita, di chi erano prima di te? Ed io indovino che hai una sorella più grande, forse due. Tu ti stupisci e resti a bocca aperta.
C’è altro tesoro, altro ancora. Con tutta la puzza di muffa di queste tende si sente lo stesso sai? È un profumo da uomo, è brillantina forse, una pomata fine però, che non tutti possono permettersi.
Chi te ne ha lasciato tracce tra i capelli?
Non sei tipo tu da andartene in giro a far cose che non dovresti per ribellione, sei innamorata tu. Innamorata follemente, quanto vuoi scommetterci che le scarpe del tuo bello sono nuove? Che lui studia perfino?
Nel pomeriggio ho fatto il giro del paese, non c’è voluto molto in verità, potrebbe essere il figlio di un proprietario terriero, più facile sia figlio al dottore o al farmacista, del sindaco magari. Tutte famiglie che di certo inorridiscono all’idea che lui finisca per sposare te. Che per dote porti le lenzuola del corredo di tua madre!
È questo il problema piccolina? Non stupirti Madam Caròl sa tutto, tutto legge ed indovina.
Ma non devi preoccuparti sai? Lui ti ama alla follia e non permetterà che vi separino.
No, la verità è che non puoi stare affatto tranquilla, che di storie come la tua ce ne sono in tutti i paesi e mai nessuna finisce bene. Questo dovrei dirti. Chiudi il cuore a chiave dovrei dirti, che se fugge lontano, troppo lontano, non lo trovi più e finisci per vivere una vita errante alla ricerca di ciò che ti manca senza trovarlo mai.
Ma Madam Caròl non da mai brutte notizie, non è nel contratto!
Avanti il prossimo.
Le tue di scarpe posso fare a meno di guardarle. M’è bastato notare con quanto dolore hai posato sul piattino la moneta, guardarti in viso è come leggerti l’anima, anche perché, fratello mio, è ormai solo l’anima che ti tiene legate le ossa a questi quattro brani di pelle.
Il dottore dice che devi riposare, ma tu hai una famiglia e non poi permetterti di lasciare che il campo diventi una selva incolta, cosa ti fa male dimmi. Scommetto sputi già sangue quando tossisci ma che quel vigliacco in camice bianco non ha avuto il coraggio di dirti che stai per partire, che devi prepararti bene e lasciare le cose in ordine, mica per te, per i bambini.
E dovrei essere io a dirti che morirai? No. Madam Caròl non le dice di queste cose, ti do questa, no, no non me la devi pagare, te la dono, lo faccio per i tuoi figli, prendine due gocce nel caffè tutte le mattine, ti tirerà su. Vedrai andrà tutto bene. Guarirai, guarirai.
È acqua fresca che male potrà mai farti? Sono gocce di speranza, solo gocce di speranza, tu non lo sai, ma tutto quello che ha potuto fare per te Madam Caròl l’ha fatto.
È così che vado avanti, ogni tre giorni un paesino diverso ma sempre le stesse storie da raccontare, gli stessi visi da guardare, le stesse disgrazie da intuire.
Che sollievo quando ogni tanto entrano in due, di solito sono ragazzette giovani che entrano ridendo e solo una vuole farsi leggere le carte, l’altra è qui per compagnia, perché a quella età si va sempre in giro in coppia.
Sono i momenti più belli del mestiere, perché si parlerà d’amore per il ragazzo più bello del paese, che quando passa ti batte forte il cuore, quello che tra dieci anni, tu ancora non lo sai, sarà un uomo come gli altri, segnato come gli altri, vecchio come gli altri,che quando lo incontrerai a messa con quella fortunata che anche ora l’accompagna, ti chiederai cosa mai avesse in più , allora, del tuo Gino. Perché quel giorno a guardarli bene sembreranno uguali.
A voi due io dirò le uniche verità della serata, le dirò perché sono belle anche se ora non le capite, perché per voi due spensierate ragazzine sorridenti io vedo il futuro migliore, a voi renderò anche il soldino, comprateci la spuma o le noccioline non importa, ma non dite a nessuno che ve li ho resi, col signore che v’ha fatto entrare me la vedo io, non è certo la prima volta che lo convinco di aver contato male la gente che è entrata.
Imbroglio un po’ le carte, faccio confusione così bene che lui perde la testa e i conti non tornano mai. Le ho osservate per prime le sue scarpe. Un uomo con i piedi così piccoli non ha mai tanto cervello.

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mercoledì, 12 ottobre 2005

Mary Rosemberg


Avermi chiamata Mary è stata una pia illusione, credo che mia madre sperasse che un nome così avrebbe contribuito a salvarmi dal destino che era stato anche il suo. Ma non c’è nome che tenga con i tempi che corrono e se ho evitato il bordello non è certo stato merito del nome, ne conosco di Maria che battono per Jonny tre dita!
È la familiarità che ho con i numeri ad avermi salvato dal baratro, e quella non viene certo da mia madre o dal nome che porto; no, quella l’ho ereditata da mio padre, che ironia della sorte era ebreo e della Maria di cui perpetuo la memoria non aveva una gran stima. Per lui, infondo, era pur sempre una ragazzina ebrea cui era accaduto un evento increscioso.
Ammetto che non m’è mancata la fortuna, ma troppo facile sarebbe imputarle tutto il mio destino, io non lo farò, di cose facili ne ho piene le tasche ed ho scoperto che le cose valgono esattamente per come le soffri.
Ho cominciato come guardarobiera lavorando per Joe Sansa e guadagnavo molto meno di una ballerina esclusivamente perché potevo evitare le mani sudice dei clienti ubriachi.
È così che ho conosciuto tutta la gente che conosco; loro mi lasciavano il cappotto io davo in cambio un biglietto col numero, ma non potete immaginare in quei pochi secondi le cose che può confidarti un uomo perso con lo sguardo nella tua scollatura.
È così che ho conosciuto Bobby mani di velluto, che entrava con un cappotto sgualcito e pieno di toppe ma usciva accompagnato da qualche turista in pelliccia ubriaca ed incosciente.
Così ho conosciuto il Siciliano, cappotto fine, tasche rinforzate per gli attrezzi del mestiere, ghigno di ghiaccio, faccia da killer; e Francky l’allodola che poi ha sfondato alla radio e ora vende più dischi di Sinatra. Ne ho conosciuti tanti di uomini, alcuni più intimamente di altri, ma nessuno mai ho conosciuto bene come Joe Sansa.
Si fermava davanti al guardaroba con il cappello tra le mani e chiedeva il permesso per entrare, lui che era il padrone. Passava le ore in quella stanza sul retro a cui si accedeva solo dalle mie spalle e per tutto il tempo in cui Lui era li dietro io non potevo voltarmi.
Era la regola.
“Quando Joe è li dentro” aveva detto Marciano “tu guardi solo avanti hai capito? Non ti giri mai nemmeno se senti un colpo di fucile, hai capito? E se anche avessero sparato col fucile tu non avresti sentito nulla, hai capito?”
Con chi pensava di avere a che fare Marciano non lo so, ma che di me poteva fidarsi Sansa l’ha capito subito.
Sempre più spesso mentre era li dietro lasciava la porta socchiusa; e mi guardava il culo invece che lavorare.
Le ragazze cominciarono a guardarmi in un modo diverso,anche gli uomini di Sansa era meno sfrontati del solito, nessun approccio da bordello per settimane, ed io non ero certo tanto stupida da non sapere, da non capire, che quella era l’occasione della mia vita.
Sinceramente pensavo bastasse andarci a letto. Stavo per diventare la donna di Joe Sansa e chi sa che nascondendogli i miei natali ebrei non sarei riuscita a diventare la sua vedova un giorno.
Tutto mi sarei aspettata quindi, tranne che di diventare il suo contabile.
Quando ho cominciato a frequentare la stanza sul retro Joe chiudeva i registri a chiave nella cassaforte appena entravo, poi si è fatto meno attento, ed un giorno mi è capitato di dare un occhiata anch’io.
Seduta sulle sue ginocchia ho letto le prime righe ed ho capito, e lui ha capito che avevo capito e mi ha guardato come si guardano gli animali feroci allo zoo, con un misto di curiosità e terrore.
Non potevo diventare di colpo la donna pericolosa che sa troppo e così ho preso in mano il registro e con aria svagata ho esclamato “mi piacciono i numeri, io con i numeri ci faccio l’amore”.
Trovai a Joe una nuova guardarobiera e nell’ufficio sul retro comparve un’altra scrivania.
È stato l’inizio di una nuova vita.
Lavoravo tutte le sere, tenevo i conti, controllavo i registri di tutti i punti di smercio, sapevo cosa facevano i ragazzi, quanti soldi avevano in tasca, quali esigenze andavano assecondate, quali negate, chi faceva troppo la cresta finiva a rapporto da me. Ero diventata bravissima a far capire concetti complessi, quali la sepoltura nel cemento, senza una parola di troppo, bastava che entrassero con il cappello tra le mani e lo sguardo a terra ed io li assolvevo come in chiesa, ribadendo però che non ci sarebbe più stato spazio per il perdono in futuro.
Ero diventata di colpo Miss Mary e nessuno di loro si sarebbe mai azzardato a guardarmi nella scollatura. Nemmeno Maria Santissima godeva di tanto rispetto tra quella manica di criminali.
Sono stati i sei anni più tranquilli della mia esistenza.
Joe era un buon diavolo infondo, un uomo tutto casa chiesa e “famiglia”; per tutto il tempo che siamo stati insieme non credo mi abbia mai tradita, era felice con me ed io ero felice della mia vita.
Non potete avere idea delle cose che mi passavano per le mani, di quante centinaia di persone erano al soldo di Sansa in quegli anni, poliziotti, politici, preti.
Avrei potuto con uno solo di quei registri creare il caos.
C’era uno dei ragazzi che in un preciso giorno ogni sei mesi si sobbarcava 200 chilometri in macchina per depositare una busta anonima in una cassetta della posta fuori da una villa in piena George Town; sui libri contabili quell’uscita a cinque zeri risultava sotto l’incredibile dicitura “mangime per le anatre”.
A ritirare di buon ora la busta, il mattino dopo, era la moglie di un ex presidente.
Alla fine non mi stupivo più di nulla.
Era divenuto tutto normale, ma avrei dovuto sapere che in certi ambienti la pace è un concetto del tutto aleatorio e che quei sei anni non potevano durare per sempre.
I primi venti di guerra iniziarono a spirare il giorno di San Patrizio, uno dei ragazzi non tornò dal solito giro di consegne, la polizia trovò il camioncino ed il corpo sotto un ponte sulla statale 22. Sarebbe dovuto sembrare un incidente, ma Sansa non era tanto sprovveduto.
“Neanche al cesso dovete andare più da soli, da oggi si viaggia in quattro per macchina e si spara a vista” questo fu l’ordine.
Due settimane dopo a non ripresentarsi all’appello fu Marciano. Era andato in visita all’anziana madre ricoverata in un ospizio, non era andato solo ma aveva imposto ai ragazzi di aspettarlo in macchina e non era più tornato. Dissolto nel nulla nel giro di un ora.
Le urla di rabbia di Joe svegliarono un intero quartiere ed io capii che le cose si mettevano male. Aver toccato Marciano significava aver voluto mandare un messaggio diretto a Joe, “tu sei il prossimo”, questo diceva il messaggio.
Le riunioni si susseguivano giorno e notte, tutti i capi bastone negarono di averci qualcosa a che fare e si dissero disposti ad aiutare Sansa. “Perché una guerra non serviva a nessuno, perché le guerre rovinano gli affari”. Ma Joe sapeva, e con lui sapevamo tutti, che quello era un attacco in piena regola e che solo uno di quegli uomini avrebbe saputo sferrarlo.
Era Christy Brown, Sansa né era certo, il morto di San Patrizio gli e ne dava la conferma, era folle di rabbia.
Dispose un allerta generale, i ragazzi finirono a dormire sui materassi, io finii sotto chiave a casa si Joe. Non bastò a tenermi fuori dai casini.
Avevo avuto la mezza idea di convincere Joe a mandarmi a New York, abbastanza lontano da non finire ammazzata ma abbastanza vicina per continuare a lavorare, ma poi avevo rinunciato per chi sa quale stupido scrupolo. Così quando Christy Brown ed i suoi assaltarono casa di Joe mi trovarono li con tutti i libri contabili.
Sopravvivemmo solo in due, io e uno dei ragazzi lasciato vivo, o quasi, perché riferisse a Joe che Christy aveva me ed i suoi libri.
Per oltre due settimane sono stata rinchiusa in una stanza al buoi, mi veniva permesso di usare un bagno senza finestre una volta al giorno e mi venivano serviti pasti confezionati in casa.
In quelle due settimane mai una sola volta Christy o uno dei suoi mi rivolse la parola.
Avevo quasi fatto l’abitudine anche a quella vita quando invece di svegliarmi al buio in quel letto mi svegliai in strada tra i bidoni dell’immondizia dietro la chiesa della Visitazione.
Non era un bene essere stata lasciata libera così, troppo semplice e pulito, troppo facile e voi sapete cosa penso delle cose facili.
Avrei dovuto precipitarmi da Joe ma ho sempre avuto uno strano senso di freddo al cuore nei momenti cruciali della mia vita ed il mio cuore era un pezzo di ghiaccio. Non mi sembrava una buona idea ripresentarmi a Joe senza i libri, proprio non mi sembrava un bene.
Feci l’unica cosa che potevo. Me la feci a piedi per otto isolati fino alla Gran Central Station, borseggiai un tipo e con gli spicci telefonai al locale. Chiesi, camuffando la voce, di parlare con Miriam la ragazza del guardaroba, lei di certo qualcosa ancora me la doveva.
Mi raggiunse dopo mezz’ora, era sconvolta; Joe era in preda all’isteria più totale, in giro si diceva che avessi decodificato i libri contabili per Christy Brown, addirittura che ora ero la sua donna. Lei non sapeva nemmeno perché era venuta da me, continuava a piangere che era una follia, tutta una follia essere li a parlare proprio con me.
E così Christy Brown aveva colpito Joe al cuore. Dopo avergli portato via il braccio destro gli sfilava il portafogli e l’amore in un colpo solo.
Perché ero ancora viva? Questo solo non capivo. Pensava che sarei tornata da Joe e che non m’avrebbe creduta. Voleva che mi uccidesse lui. Pensava che servisse questo a spezzarlo per sempre, lo voleva annichilito, annientato.
Mi spiace aver costretto Miriam a cedermi il cappotto e la borsa ma questo è il corredo minimo con cui viaggia una signora per bene.
Ho preso il treno per Washington, all’improvviso ho rammentato che domani, proprio domani, è un giorno particolare.
Neanche la guerra tra Sansa e Christy Brown potrà fermare il ragazzo dal depositare quella busta in una ben precisa cassetta della posta, farà tutto per bene, è un tipo meticoloso io lo conosco, al mattino la signora però avrà una brutta sorpresa.
A quell’ora io, come le “anatre”, starò già migrando verso sud.

postato da: onecat alle ore 17:36 | Permalink | commenti (1)
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