giovedì, 05 gennaio 2006

Ironia della sorte

(post blu)

Io lo so che nemmeno mi vede, non mi faccio illusioni; ogni giorno da cinque anni ci sediamo uno di fronte all'altra, lui detta ed io scrivo, lui ordina ed io eseguo, lui mi fissa, io sorrido. Ma lo so bene che nemmeno mi vede.
Quando ho cominciato a lavorare per lui avevo cinque anni di meno e quindici chili di più, ero forse un poco grassoccia, lo ammetto, ma niente di particolare, i ragazzi della mia età non disdegnavano di invitarmi a ballare ed io non disdegnavo di accettare, ero come una mela rossa al mercato, lucida, florida, profumata.
Giorno dopo giorno però, a forza di sedergli di fronte, di guardarlo negli occhi, ho cominciato ad amarlo, se può chiamarsi amore questa specie di follia, a volere che mi vedesse anche lui, che non mi guardasse come guarda il ficus alle mie spalle, ma che mi vedesse veramente, florida, lucida, profumata.
Per un po' di tempo ho pensato che dimagrire sarebbe stata una buona idea e mi sono messa a dieta, i primi cinque chili sono volati in un secondo fuori dal mio corpo ed ammetto che più di prima i ragazzi della mia età non disdegnavano di invitarmi a ballare, ma io non accettavo più.
Era lui che volevo, solo lui. Per lui dimagrivo a vista d'occhio, per lui avevo cinque chili di meno, per lui mi facevo bella, bella come una mela al mercato.
Ma nonostante mi fossi fatta veramente quasi bella, ed avessi osato addirittura una gonna a fiori rossi un poco sopra il ginocchio, lui continuava ad attraversarmi con lo sguardo come se attraverso me potesse realmente vedere il ficus alle mie spalle.
I secondi cinque chili sono stati più faticosi da perdere, un poco perché la costanza iniziava a mancarmi e la sofferenza mi tendeva i nervi, infondo non ero poi così sicura che dimagrire fosse una buona idea, un poco perché il fisico si ribellava al digiuno ed a guardarmi allo specchio mi vedevo avvizzire, non ero più florida come una mela.
Ho sofferto per gettarli dalla finestra, ma alla fine ce l'ho fatta. È stato un successo effimero e senza perché. Lui ha continuato a fissarmi con la stessa espressione di sempre, non mi vedeva, guardava il ficus.
La terza cinquina invece è scesa giù dal mio corpo come acqua nello scarico del lavandino, non faccio più alcuna fatica a stare a dieta, non m'interessa più il cibo, non m'interessa più nemmeno ballare, veramente ad interessarmi non c'è più molto, solo lui. Solo lui mi tiene in vita.
Adesso avevo pensato di perderne altri cinque, così, tanto per non perdere la speranza che di cinque chili in cinque chili io possa farmi vedere da lui farmi vedere veramente, ma ironia della sorte ieri è morto il ficus.
S'è seccato, è ingiallito e si è piegato in due come un vecchino col mal di pancia. Non è morto così all'improvviso, ma io sinceramente non c'avevo fatto caso, sono mesi che non l'annaffio, che non lo nutro, infondo perché dovrei? Se non mangio io anche il ficus può farne a meno, no?
Ironia della sorte è stato lui a rendersene conto, mentre dettava, a metà di una lettera qualunque, mentre io pregavo che alzasse lo sguardo e mi vedesse, lui come se realmente attraverso me che gli siedo di fronte, come attraverso un vetro, potesse vedere il ficus, mi ha chiesto di gettarlo via.
Mi ha detto "cosa succede Gloria? a questo ficus qui è rimasta solo l'anima; lo getti via, ne compri uno nuovo e l'annaffi sta volta!".
Il tono era di rimprovero, di fastidio, di stizza, per quella morte non annunciata che ha scomposto il lento andamento della giornata, per la visione di quello scheletro di pianta, rinsecchito e vecchio come me!
Ironia della sorte, è stato mentre infilavo il povero ficus in un bustone nero di quelli per l'immondizia che ho capito. Ci sono voluti cinque anni, ma ho capito! Dovrei morirgli davanti perché mi vedesse, diventare piena di grinze e grigia come una mela messa a seccare, poi magari ammuffire lentamente su un lato, quello che lui non vede, ed alla fine, un'altra mi infilerebbe in un grosso bustone nero di quelli per l'immondizia, e prenderebbe il mio posto su quella sedia dando le spalle al ficus.

postato da: onecat alle ore 12:33 | Permalink | commenti (5)
Commenti
#1    05 Gennaio 2006 - 12:46
 
ma se non ti vede magari non sei il suo tipo
cercane 1 altro ciao
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#2    05 Gennaio 2006 - 16:59
 
non voglio entrare nel merito di ciò che hai scritto....si sente il dolore e quindi evito.....però....complimenti per come lo hai scritto.Brava davvero!
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#3    06 Gennaio 2006 - 18:22
 
incredibile. tutta l'emozione cresciuta durante la lettura, bruciata nel nanosecondo che ci ho messo a leggere il commento di cristinaseimilaconl'acca.

c'è gente che se leggesse dylan thomas penserebbe che beveva molto perchè aveva sete.
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#4    10 Gennaio 2006 - 16:59
 
Io e Jacklord abbiamo capito...
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#5    08 Febbraio 2006 - 22:11
 
anche dellevolte, umilmente, ha capito....
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Commenti

categoria:racconti, racconto