Per mia nipote Elodie
Elodie… ognuno di noi ha la sua bestia nera, il suo caso irrisolto, il mio risale al ’54.
ero appena stato trasferito alla brigade criminelle al 36 quai des Orfèvres.
della morte dell’onorevole Sanvierlet all’epoca si parlò moltissimo.
Una donna testimoniò di averlo conosciuto la stessa sera in un bistrot e di esserselo portato a casa convinta dagli abiti eleganti di poterne cavare un po’ di quattrini.
Disse di averlo preceduto per le scale per accendere la luce, che in effetti si accendeva solo dal pianerottolo superiore, ma di averlo sentito salire alle sue spalle senza aspettare, poi, di colpo, l’uomo era caduto di sotto, troppo ubriaco per mantenere l’equilibrio, puzzava di vino.
La morte venne archiviata come incidente.
Quel incidente era la mia bestia nera.
Sanvierlet era per il ritiro delle truppe dall’Indocina, era per la caduta del governo, era un uomo scomodo. E gli uomini scomodi difficilmente muoiono per semplici incidenti.
Il fascicolo di quel incidente è rimasto nel cassetto della mia scrivania per trent’anni e quando ho impacchettato tutto per andare in pensione l’ho portato via con me. Sanvierlet non avrà giustizia in questo mondo, pensavo.
Sei mesi fa però ho conosciuto Jules Fournier al circolo e tutto è cambiato.
Ci conosci noi vecchi, non facciamo che parlare del passato, raccontiamo, raccontiamo, Fournier non faceva eccezione, era stato un pezzo grosso, il secondo in comando dopo il generale Navarre, aveva combattuto a Dien Bien Phu, ne parlava in continuazione, era un nostalgico, un vero militare, spesso fingevo di starlo a sentire ma con la mente ero altrove.
Un giorno però nominò Sanvierlet. Disse che avrebbero dovuto fare tutti la sua fine, lui, Mendez-France e tutti quei proci radicali del suo governo.
Aveva negli occhi una tale rabbia Elodie, non ho potuto più togliermeli dalla mente quegli occhi. L’ho fatto parlare.
Ogni giorno affrontavo lo stesso argomento, una volta era la guerra, un’altra le colonie, poi il governo, poi i tempi andati, ma l’argomento era sempre Sanvierlet.
S’innervosiva, sbuffava, cambiava espressione, l’ho addirittura visto tremare, e negli occhi, nei suoi occhi scorreva la colpa. La notte mi lambiccavo il cervello. Cos’era che non capivo? Cosa c’entrava qual vecchio militare ammuffito con la morte di Sanvierlet? Lui non era nemmeno in Francia in quel periodo, eppure, dopo anni passati a guardare negli occhi la peggior feccia s’impara. Quelli erano gli occhi di un assassino.
L’ho tormentato, tu non sai quanto perfido possa diventare un uomo corroso dal tarlo del dubbio.
Mi stupivo del perché non reagisse, io fossi stato nei suoi panni mi sarei mandato al diavolo, invece quasi mi cercava. Se arrivavo al circolo prima di lui puoi essere certa che avrebbe scelto la poltrona vicino alla mia per sedersi, era come se si sentisse avvinto da una comunanza, da un’appartenenza che lo stregava.
Ricordi che a Natale fosti così poco felice del mio aspetto da inviarmi di filato dal tuo dottore? avresti dovuto vedere Fournier, era diventato un ombra, ora so che passavamo le stesse ore insonni la notte, lui era il mio cancro io ero il suo.
Non lo so più Elodie, non so più cosa cercassi.
Credevo di essere in cerca della verità, se in una di quelle sue, ormai lugubri, revocazioni m’avesse confessato di aver spinto lui Sanvierlet da quelle scale non credo che sarei mai andato alla polizia, e ora so per certo che lui questo lo sapeva, sapeva che non era giustizia quella che volevo, sapeva di non aver nulla da temere, non da me almeno. Eppure non potevo far a meno di scavare, d’indagare sempre più nel profondo.
Sei mesi è andata avanti questa storia, sei mesi d’inquisizione, di tormento e passione.
Poi da un giorno all’altro è sparito, non veniva più al circolo, non rispondeva al telefono. Ho pensato fosse fuggito, si fosse allontanato per sfinimento da me e dalle mie insistenti domande. Nonostante la delusione non nego Elodie che ho tirato un sospiro di sollievo, non avevo più l’obbligo di sapere, potevo riposare.
Poi una mattina arriva un pacco senza mittente. L’ho portato chiuso fino al circolo e mi sono seduto a fumare. Sono passate ore prima che lo aprissi, il suo contenuto è allegato a questa mia.
Jules Fournier è morto il 13 Marzo scorso, cadendo accidentalmente per le scale nella sua casa di Lafrançaise.
Quando avrai finito di leggere conoscerai Elodie un aspetto di me che non ti era dato conoscere, avrei preferito essere in grado di sbrigare da solo tutto quanto collegato a questa storia, ma ho scoperto andando avanti che non si può essere implacabili Giudici se non si giudica prima se stessi.
Riconosco qui di fronte a te che più amo, che sola sei rimasta, che senza muovere neanche un dito ho ucciso un uomo, e che non sono meno colpevole di lui.
Ti riconosco il diritto bambina mia di fare di queste righe ciò che vuoi, di rendere giustizia a Sanvierlet facendone un martire della storia, di condannarci entrambi pubblicamente o di chiudere tutto per sempre nell’oblio di un cassetto.
Sappi che della tua decisione, qualunque essa sia, ti sarò sempre grato e che come già tua nonna, anch’io visiterò i tuoi sogni.
Con il più caro affetto
Luc Gerard
Caro Luc
Come vede per la prima volta La chiamo per nome, avrei forse dovuto iniziare questa lettera chiamandoLa Capitano Gerard, ma mi sento in diritto almeno oggi, che la ergo a mio Giudice, di trattarla come un amico.
Quando ho giurato di fronte alla bandiera del nostro paese di servire
Quei giorni del ’54 sono stati i peggiori della mia vita, Navarre fece tanti e tali sbagli che alla fine smettemmo di contare i morti.
Non fu incidente, questo lei l’ha sempre saputo, venne spinto giù da quelle scale, non fui io a farlo, ero ancora in Indocina, lo fecero altri che qui non nominerò, scomodare i morti non serve. Ma io sapevo ed ero d’accordo, fui io a trasmettere l’ordine.
Non bastò e oramai il resto è storia, Navarre era con l’acqua alla gola, i trattati di Vienna incombevano come una scure sul futuro delle nostre truppe e sull’onore della Francia. Fu un ritiro vergognoso, un immane sciocchezza, un regalo ai comunisti, non ho parole per definire cosa furono quei trattati, non ho parole.
Se Navarre avesse chiesto a me di eliminare Sanvierlet con le mie mani l’avrei fatto senza batter ciglio, la guerra è la guerra. Il dovere Luc, lei lo conosce bene quanto me, è per dovere che, come un cane da punta, ha scavato in questi mesi nella mia vita e nei miei ricordi, corrodendo con un abilità che non avevo mai conosciuto in altri ogni mia certezza.
Certe notti il sonno m’è negato, problemi della vecchiaia che c’accomuna mi dirà, quelle notte è impossibile non ricordare, i pensieri si fanno liquidi e finiscono per soffocarti. Quelle notti ho ripercorso tutta la mia vita e ogni volta il pensiero si è fermato li ai piedi di quella scala, accanto a Sanvierlet.
Non sento il suo sangue sulle mani, niente di così tragico o poetico, no, sento che però è ora che il cerchio si chiuda.
Come le dicevo, oggi la ergo a mio Giudice, avrei scrupolo a farlo ad altri, ma deve riconoscere Luc che lei l’ha voluto, è stato il primo a volerlo.
Ho riflettuto attentamente. Cosa sarebbe accaduto se tutto questo fosse stato reso noto nel ’54? Sarei finito in corte d’assise, ci sarebbero state parecchie condanne a morte, ma poi, probabilmente i radicali c’avrebbero graziato.
Io non sono un radicale, questo lei lo sa bene, ma non posso semplicemente eseguire la condanna, ho bisogno del giudizio. Ora lei sa tutto.
Le lascio il tempo di riflettere, niente verrà fatto fino al prossimo 13 Marzo, tre giorni dovranno bastarle.
Lafrançaise, 9 Marzo
Jules Fournier


