giovedì, 13 aprile 2006

13

Ci siamo incontrati in un prato tagliato all’inglese, festa di fine estate di un ricco notaio e la sua signora, io ero decisamente fuori posto, lui sarebbe stato fuori posto ovunque.
Ci siamo scontrati con due bicchieri di bianco tra le mani e la testa voltata in alto a guardare il cielo. Ho capito così che era l’uomo per me, dei presenti solo noi due guardavamo il cielo in una sera che avrebbe meritato non si facesse altro.
Così l’ho conosciuto.
Certo non faceva una bella impressione; avrebbe dovuto tagliarsi quei capelli arruffati e nodosi, avrebbe dovuto infilare la camicia nei pantaloni, ma lui all’epoca non le conosceva certe buone maniere o meglio non le rispettava.
Quattro chiacchiere ed io già l’amavo, era il millenovecentosessantasette ed ero tanto giovane da non saper distinguere dove finisce l’amore ed inizia la lotta.
La rivoluzione sessuale era arrivata anche a da noi, magari con più fatica che nelle grandi città, ma era arrivata e ci aveva investiti in pieno. Io avevo sofferto all’inizio un poco il timore di tirar fuori la voce e le gambe, figlia com’ero di un militare, della sua rigidezza e delle sue paure, ma poi in un impeto quasi distruttivo di emancipazione mi ero attaccata a Roberto, che di quella rivoluzione dei costumi portava i segni in ogni parte del corpo della mente e del cuore, finendo per straziare i legami col passato, la famiglia, la scuola.
Mi sentivo così orgogliosa di me che non avrei saputo far di meglio nella vita. Mi sentivo un’eroina dei miei giorni, che per amore, solo per amore, lasciava tutto e si trasferiva a Roma.
A papà venne quasi un infarto, me la sento ancora nelle orecchie la sua voce rauca dallo sforzo che mi grida per le scale che se esco dal portone non ho più una casa, un padre ed un cognome. Potrei ricordare tanti episodi del Generale, come lo chiamavo io prendendolo in giro, episodi più dolci e più vicini nel tempo, che è stato gentiluomo, come dicono i proverbi, e mi ha reso un padre, una casa ed un cognome. Ma è quell’urlo che mi resta nella mente, solo quello.
Ci trasferimmo a Roma, lui lavorava nella tipografia di un quotidiano nazionale, io “emancipata” lo aspettavo a casa tutte le sere con la cena pronta. Spesso con lui rientravano i suoi amici.
All’inizio mi divertivo in quelle serate tutte incentrate sulla politica, fino a notte fonda a chiacchierare, ma dopo un po’ non ce la facevo più, mi annoiavo. Lo ammetto la politica non ha mai fatto per me.
Roberto oramai se non invitava i suoi amici a cena rientrava tardissimo, cera sempre una riunione al collettivo a cui partecipare e poi il volantinaggio e gente da vedere e cose dire e credo avesse altre donne, ma io ero emancipata no? Ed allora aspettavo a casa in silenzio come neanche mia nonna avrebbe fatto.
Una sera rientrò pieno di lividi, si erano scontrati con altri quattro ragazzi ed erano finiti tutti in questura, schedati.
Guardavo quei lividi e mi sentivo Anita Garibaldi al cospetto del suo eroe ferito in battaglia. Una sera rientrò con un pacchetto sotto la giacca, era avvolto in carta di giornale, lo caccio infondo ad un cassetto come se scottasse, la mattina dopo rosa dalla curiosità l’aprii; c’era una beretta.
Non ne ricavai grossa impressione. Io ero cresciuta in una caserma, alle armi ero abituata, ma capii che c’era stata una svolta e non feci niente per non esserne coinvolta.
Quando penso al passato mi rendo conto che quello era il momento per fuggire, per togliere tutte le mie cose dai cassetti e lasciarci solo la beretta, Roberto non m’avrebbe inseguita per portarmi indietro, non si sarebbe forse nemmeno stupito. Io però ero innamorata, lo ero con tutta la forza che avevo, dovevo esserlo, dovevo per non fare i conti con le scelte di quei mesi, con i miei genitori che non vedevo da tempo, con i libri lasciati a marcire. Io dovevo essere innamorata e lui doveva essere un eroe, altrimenti nulla sarebbe più valso la pena.
E così ho fatto la lotta armata ed ho visto il sangue di uomini innocenti sparso sull’asfalto, e sono finita stretta tra due carabinieri, i ceppi a mani e piedi, i capelli scomposti sul viso in copertina su Paese Sera, e tutto questo l’ho fatto per amore.
Ricorderò per sempre gli interrogatori della polizia, le minacce urlate in viso, il freddo di quelle stanze con tutte le finestre aperte a far corrente. Ricorderò le domande sempre le stesse per settimane, per mesi, l’isolamento in un carcere di massima sicurezza. Avrei voluto scomparire, ed in effetti c’ho provato non mangiando, non parlando, catatonica.
La compagna Silvia s’è pentita, la compagna Silvia collabora con gli inquirenti, la compagna Silvia è un giuda, è vigliacca, è una traditrice e deve morire. Anche Roberto lo diceva, “deve morire”.
La compagna Silvia invece era solo terrorizzata, fuori di se dalla paura e non sapeva più cos’era, chi era e dov’era il suo amore. Tutto un paese intero la chiamava assassina, in sette mesi di galera i suoi genitori non si erano fatti sentire nemmeno tramite l’avvocato, lei aveva i denti traballanti in bocca, qualcosa più che un inizio d’anoressia ed avrebbe solo voluto non svegliarsi la mattina. La compagna Silvia aveva improvvisamente fatto i conti col suo cuore e le sue motivazioni ed aveva scoperto che a lei degli operai non gli e ne fregava poi molto, che della politica radicale meno che mai e che aveva seguito un uomo, proprio come aveva fatto Anita Garibaldi, solo che lei aveva seguito l’uomo sbagliato.
Non s’era chiesta veramente perché combattiamo, come sua nonna prima di lei aveva accettato le idee di un “marito” che per anticonformismo non l’aveva nemmeno voluta sposare, ma che si era scelto la più semplice e fedele delle mogli. Il femminismo con la compagna Silvia aveva fatto un buco nell’acqua e l’emancipazione idem.
In dieci anni di galera guadagnati facendo il palo a Roberto ed i suoi amici in due rapine a mano armata ho imparato a fare la maglia, e mi sono laureata in legge. Che sembra un controsenso, ma non lo è.
Ho riconquistato piano piano l’amore dei miei genitori, l’affetto del Generale che ho potuto alla fine assistere come una figlia, le tenerezze di mia madre. Roberto è divenuto un caso mediatico, lo intervistano per chiedergli le cose più strane, è uno degli “irriducibili”, ma a vederlo fotografato sui giornali con i suoi occhialini da intellettuale sembra più borghese che mai. Ha preso trent’anni ma finirà per scontarne si e no venti. Io sono fuori da cinque ed ormai alla galera penso sempre meno.
Ho aperto una lavanderia a gettoni, guadagno discretamente bene ed ho il tempo per leggere molto. Sono tornata a vivere nella casa dei miei genitori, e da qualche mese esco con uno psichiatra mio coetaneo. Credo l’affascini la mia storia.
Ieri ho ricevuto una lettera di Roberto.
Negli ultimi quindici anni ci siamo incontrati solo ai processi, nelle gabbie delle corti d’assise non ci siamo mai nemmeno guardati in faccia, mai detti una parola, ora però lui mi scrive.
Ho tenuto la lettera in borsa fino a sera senza aprirla. La tentazione di gettarla via così ancora chiusa è stata fortissima, ma sono crescita un bel po’ negli ultimi anni ed alla fine ho strappato la busta e ho letto.
Cara Silvia,
e poi una valanga di parole, parole di perdono, d’accettazione, di rimorso e scusa, parole d’amore perfino, parole però, solo parole.
Se le avesse scritte cinque anni fa avrei risposto alla sua lettera, usando le stesse identiche sue parole, per dirgli che non lo odio, che ho capito dove entrambe abbiamo sbagliato, che avremmo dovuto vivere diversamente ma che ora tornare indietro non si può.
Oggi invece non ho voglia di scrivergli alcunché.
Che il mio cuore ha già amato abbastanza per tutta una vita e forse due e non ho interesse a perdonare, a scusare o a capire, sono certa lo comprenderà da solo. Che quella ragazza intenta a fissare le stelle si è trasformata con dolore in una donna non voglio che lo sappia, la compagna Silvia è morta. Finalmente.

postato da: onecat alle ore 18:11 | Permalink | commenti (4)
categoria:racconti, racconto