giovedì, 12 gennaio 2006

Lo scheletro nell’armadio

Negli ultimi quattro mesi ho lavorato come collaboratrice domestica per il senatore Pinkerton.
Non è un brutto lavoro, otto ore sotto la direzione di un maggiordomo d’origine inglese, tutti i contributi pagati, e i lavori veramente pesanti li fa una ditta esterna.
Avete presente quelle immagini di Dumbo dove gli elefanti stanno in precario equilibrio su piccolissimi supporti? Anche qui, quattro matrone messicane che pesano non meno di un quintale salgono su scalette d’alluminio che sembrano stuzzicadenti per pulire lampadari ed altissime finestre.
Io no, io tolgo la polvere nello studio, lucido l’argenteria e mangio da dio i pasti cucinati da uno stronzissimo cuoco francese. Ecco, se c’è una cosa che non va di questo lavoro è quel cochon di un francese.
Per il resto sto proprio bene. M’è capitato di peggio, ad esempio vendere scarpe nel reparto bambini, moccio, pianti isterici, morsi, ed io sempre col sorriso sulle labbra a infilare scarpe da tennis su calzini bucati.
Il senatore Pinkerton in confronto è un cliente semplice, ha la tendenza a dare pacche sul culo delle cameriere ma per il resto mi rende il lavoro semplicissimo.
Voi di certo pensate che siano vere tutte le stronzate che leggete nei libri gialli. Le apparecchiature elettroniche miniaturizzate, le cimici nei telefoni e le telecamere nascoste. Metodi buoni solo per la polizia. Con quella roba lì ci si intercettano gli spacciatori da strapazzo e qualche ladruncolo, perché una cosa è certa, quelli anche se si credono Arsenio Lupin, alla fine, una cazzata tipo vantarsi con l’amante al cellulare, la fanno sempre.
Se avete un cliente difficile invece, uno con una certa esperienza, un politico come il mio, allora con le cimici non ci fate proprio niente. Vi occorro io.
Non bastano due orecchie e due occhi qualsiasi, questo è un altro errore che di certo voi inesperti fareste, due orecchie anche collegate ad un cervello, già merce difficile da trovare, non sarebbero in grado di selezionare le fanfaluche dalle notizie importanti.
Io le studio le mie pratiche, e assicuro i risultati nel modo migliore, vi serve un informazione? Ok. Mi pagate solo quando ve la porto, solo ad informazione verificata, ma non fate scherzi, io vi conosco bene almeno quanto conosco il mio cliente, e prima di dirvi ciò che ho da dire, siatene certi, mi sono già creata a vostre spese una bella assicurazione sulla vita. Non si sa mai che non vi venga il desiderio di toglier di mezzo un paio di orecchie indiscrete.
Non sarei sopravvissuta così a lungo se non sapessi di voi tutti abbastanza da tenervi stretti per le palle. Tranquilli però, forse le mie orecchie sono indiscrete, ma non c’è niente al mondo di discreto quanto la mia bocca.
Quindi ricordate, io ho le orecchie e gli occhi che fanno per voi, se mai ne aveste bisogno.
Per adesso però sono occupata con il senatore Pinkerton, uomo interessante il senatore.
Dovrei tralasciare per non annoiarvi gran parte della storia della sua vita fino a cinque anni fa, è una storia degna di attenzione, nessun uomo che arrivi dove è arrivato lui ha una storia semplice alle spalle, ma ai fini del mio “ascolto” potrebbe non avere nessuna importanza.
Dicevo, fino a cinque anni fa Jerom Pinkerton era l’avvocato di punta, nonché socio di maggioranza dello studio Pinkerton Solinas & Zuckermann, esperti in diritto societario. Oggi afferma, per pura convenienza politica, di essere del tutto estraneo allo studio legale, che pure continua a portare il suo nome.
A quello che ho potuto appurare Jerom non si era mai interessato di politica, né risultava schierato in alcun modo, certo aveva l’aria del conservatore e viveva, apparentemente, come tale, ma si era lasciato ogni porta aperta. Jakob Zuckermann infatti, forte dell’appoggio della comunità ebraica newyorkese aveva fatto dello studio Pinkerton Solinas & Zuckermann un centro studi per i diritti degli ultimi, così lo chiamavano. In pratica gli affiliati impegnavano un certo numero di ore libere per patrocinare cause pro bono che riguardassero diritti civili e minoranze etniche e religiose. Pinkerton in persona non ha mai patrocinato nessuna di queste cause, in realtà nessuno dei soci, neanche Zuckermann, l’ha fatto.
Quindi, quando cinque anni fa Jerom si è candidato con i democratici alla carica di senatore nessuno si è realmente stupito, allo stesso modo non si sarebbero stupiti se si fosse candidato con i repubblicani. Il senatore è un uomo buono per tutte le stagioni.
Come era da aspettarsi Solinas e Zuckermann hanno appoggiato la sua candidatura dicendosi dispiaciuti dell’assenza di Jerom dallo studio legale ma felici che tale sacrificio venisse sopportato per rendere un servizio alla nazione. Pinkerton ha smesso formalmente di interessarsi dello Studio e gli altri soci non hanno apparentemente avuto influenza alcuna nelle scelte del senatore in questi quattro anni di legislatura.
E così veniamo ad oggi. O meglio a quattro mesi fa, in piena campagna per la rielezione del senato.
Avrete capito di certo che, per quanto io sia un tipo piuttosto comune, non mi troverete sull’elenco telefonico, se arriverete mai a telefonarmi allora significherà che avete amici potenti e buoni informatori, non lo faccio per discriminare, ma di norma senza certe adeguate caratteristiche non potreste comunque permettervi i miei servigi.
La telefonata di quattro mesi fa era una telefonata come un’altra, mi si chiedeva un servizio, lo si chiedeva nei modi dovuti e con le dovute garanzie ed io, momentaneamente a riposo, ho accettato.
Ci sono volute un paio di settimane e una “spintarella” alla precedente cameriera perché trovassi il modo giusto per inserirmi nella vita di Pinkerton. Certe scelte non le faccio mai a caso, in certi ambienti meno importanza hai e più cose senti. Per Pinkerton io conto come la tappezzeria del salotto, se non fosse che l’altra cameriera è bionda credo ci confonderebbe, questo è già un ottimo risultato.
Comunque, una volta insediata alla villa ho fatto quello che faccio sempre, ho studiato il mio uomo.
Il senatore è una faccia pulita. Garbato nelle richieste, onesto nei pagamenti, sensato nelle pretese, in una parola è perfetto, troppo perfetto. Vedovo da circa dieci anni ha perso la moglie in un incidente automobilistico, lo stesso in cui la moglie di Solinas, che guidava, ha perso l’uso delle gambe. Pare che le signore, trascurate dagli impegnatissimi mariti, si frequentassero molto. La moglie di Zuckermann non c’era per il semplice motivo che Zuckermann non è mai stato sposato.
Il senatore ha una figlia, Sandra. In quattro mesi non l’ho mai vista se non sorridente nelle cornici del salotto, sembra che sia in Florida, che lavori con una multinazionale delle assicurazioni, sia lesbica e se ne fotta di papà.
Il senatore ha anche una relazione, è un vedovo relativamente giovanile ed è un uomo di potere, era logico ne avesse una, non posso usarla però, forse farebbe qualche scalpore visto che lei è di una ventina d’anni più giovane di lui, ma non è sposata, non ha figli, ne pendenze varie, non è un ex-galeotta, una sospetta terrorista, di professione non fa la puttana. In pratica susciterebbe curiosità ma nulla di più. Credo che il senatore tenga la relazione segreta semplicemente perché così, all’occorrenza, sarà più semplice scaricare la bella senza dover dare spiegazioni al mondo. Non va, non è quello che cerco.
In verità, come vi dicevo, il senatore mi rende la vita ed il lavoro piuttosto semplice, e com’è logico che sia, un poco di sporco sotto le unghie l’ho trovato, ma non è abbastanza.
Nella cassaforte ci sono un centinaio di titoli al portatore, una quantità sospetta se non fosse che siamo in campagna elettorale e che i titoli di stato sono la moneta sonante con cui gli “anonimi” contribuiscono alla rielezione del proprio candidato. Finanziamenti illeciti? Troppo vago, troppo poco, bisognerebbe provarlo e non è questo che vuole chi ha telefonato.
In breve il mio compito è scoprire un motivo, un macchia, uno scheletro qualsiasi che convinca Pinkerton a ritirarsi onoratamente dalla scena politica tornando, incoronato d’alloro, a capo dello studio legale Pinkerton Solinas & Zuckermann.
Badate bene ho detto uno scheletro qualsiasi, ma ciò non significa che un tipo come Jerom si batte riesumando una qualche amante o sbandierando i gusti sessuali della figlia in pubblico, serve uno scheletro che puzzi ancora, per questo, vi dicevo, la storia di Pinkerton prima di questi cinque anni poteva essere troppo vecchia e stantia per i miei fini.
La richiesta è stata precisa. Qualcosa che non lasci via di scampo, che non lasci margini a trattative o ripensamenti, che porti all’immediato, sicuro ed improcrastinabile ritiro del senatore dalla scena politica. E forse la settimana scorsa ha fatto bingo.
Ho trovato qualcosa esattamente dove non avevo mai cercato. Nel passato remoto del senatore. Pensavo che tornare indietro non fosse utile e così avevo ristretto il campo agli ultimi cinque anni sbagliando di grosso.
Negli ultimi cinque anni, da che è senatore degli Stati Uniti, ma anche negli ultimi venti direi, Jerom si è comportato esattamente per quello che appare, come un uomo onesto e rispettabile, vagamente all’antica.
Ma prima?
Rassettando una delle camere da letto degli ospiti, ho trovato in un armadio a muro una vecchia scatola di latta, di quelle per i biscotti danesi, di certo avete presente il tipo. Quando l’ho aperta non ho capito subito di aver fatto bingo, dentro c’erano vecchie foto in bianco e nero, ho guardato meglio spinta dalla curiosità ma soprattutto dalla noia che mi da togliere la polvere. Uno degli uomini era indubbiamente Pinkerton, in divisa da soldato, l’altro aveva un’aria vagamente familiare ma non mi riusciva di capire chi fosse. La donna non l’avevo mai vista prima.
Ho impiegato parecchi minuti ed ho dovuto guardare molte di quelle foto per capire che il secondo uomo era Jakob Zuckermann. Saranno stati i capelli, ormai un lontano ricordo, o più facilmente i tanti chili di differenza tra Jakob di oggi e quello di allora a portarmi fuori strada, ma se non mi fossi concentrata sugli occhi non avrei mai riconosciuto in quel ragazzo in posa di tre quarti uno degli altri soci fondatori dello studio legale.
Ho cercato nella scatola foto del giovane Solinas, ma non ce n’erano, ne c’erano foto della moglie di Jerom. In ogni istantanea però compariva la donna mora a cui non avrei saputo dare un nome. Era giovane, vestita modestamente con i capelli scuri e i lineamenti marcati, una bella ragazza con lo sguardo perso all’orizzonte. Colpiva il suo sguardo, il tenersi discosta da entrambe gli uomini, come a rimarcare il non essere di nessuno dei due, anche se la situazione diceva il contrario. Colpiva soprattutto l’espressione dei tre, che fossero ritratti insieme o in coppia nessuno dei tre sorrideva, mai. Era come se fossero obbligati a mettersi in posa, solo Zuckermann aveva alle volte un espressione differente, una sorta di ghigno come a volersi beffare del fotografo, e tutto questo aveva poco senso visto che dall’angolazione sempre uguale si capiva che le foto erano scattate con l’autoscatto.
Non avevo mai pensato che l’amicizia di Pinkerton e Zuckermann potesse essere tanto risalente nel tempo da vederli insieme giovani uomini, prima di Solinas, prima dello studio legale. Fino a che punto erano legati quei due? Chi era la donna? E soprattutto dov’erano state scattate le foto?
Nonostante fossero quasi monotone quanto a pose ed espressioni lo sfondo mutava quasi ad ogni scatto.Le strade cittadine, l’architettura, l’età dei protagonisti e la divisa parlavano direttamente dell’Europa post bellica. Ho chiamato un “amico” che poteva saperne di più, ho fatto ricerche approfondite ed ho scoperto che nessuno è realmente chi dice di essere e che il passato ritorna.
Oggi poi, ho concluso le mie ricerche con un viaggio. Ho visitato una donna dai lineamenti marcati che vive in una casa di riposo a Seattle, è ancora relativamente giovane, ma soffre da sempre di qualche disturbo psichiatrico. Si chiama Elsa Zuckermann ed a pagarle il ricovero è il fratello Jakob.
La signora Zuckermann ha ormai tutti i capelli bianchi, è ingrassata per l’effetto delle medicine e per l’età, ma ha lo stesso identico sguardo che aveva quarantacinque anni fa.
So bene che non si dovrebbe dar credito alle parole di una donna che ha trascorso gli ultimi quarant’anni in manicomio, ma a me servivano solo i dettagli ed Elsa, nei dettagli si è rivelata bravissima.
Berlino 1950.
La guerra è finita da qualche anno ormai e Berlino è già divisa in due anche se ci vorrà ancora un decennio perché s’innalzi il muro. Elsa è Jakob vivono nella parte ovest della città, sono rimasti soli al mondo, sopravvissuti, unici della loro famiglia, al campo di Dachau. Elsa è bellissima, attira gli sguardi dei passanti, ma è timida come un uccellino, psicologicamente provata, muta, attonita. Tra gli uomini che la notano c’è un giovane soldato americano.
Jerom Pinkerton è riuscito a laurearsi in legge prima di partire per la guerra, ed ha avuto la fortuna di partire quando in pratica la guerra era già finita, di stanza a Berlino è in procinto di rimpatriare quando incontra Elsa e se ne innamora follemente.
Jakob e Jerom legano subito, coetanei, entrambi laureati in legge, hanno molto in comune; Jakob poi vede in quell’americano innamorato della sorella la possibilità di lasciare la Germania e di raggiungere gli Stati Uniti. Essere ammessi in america non è semplice infatti, la voglia di espatriare a Berlino è generale e le autorità americane hanno messo un freno all’immigrazione. Jakob sa bene però che se Pinkerton garantisse per lui ed Elsa, loro potrebbero avere il visto in pochi giorni. In pratica getta la sorella nelle braccia di quell’uomo.
In realtà non ha molte alternativa.
La maggior parte degli ebrei sopravvissuti sta raggiungendo il neonato stato di Israele, Jakob non potrebbe mai, lui ha altre intenzioni, e poi semplicemente Jakob non è Jakob.
Joseph Leimberg nasce in Germania nel 1922 a Berlino, è quindi poco più giovane di Jakob e di Jerom. Frequenta la facoltà di Legge all’Università e qui conosce Zuckermann, in realtà quando i due s’incontrano Jakob si è appena laureato, solo qualche mese e non avrebbe più potuto farlo, le università di tutto il paese, infatti, di lì a poco verranno chiuse agli ebrei
Per qualche anno si perdono di vista, travolti dalla guerra che li schiera su fronti opposti, uno tra i carnefici, l’altro tra le vittime. Si rincontreranno solo alla fine. Solo a Dachau.
Leimberg arruolato più per dovere che per convinzione nelle SS ha finito per divenire il perfetto prototipo del soldato tedesco, esegue senza domandare, esegue e dimentica, forse alle volte non vorrebbe, ma è un soldato tedesco e la disciplina per lui è tutto. Dachau non è il primo campo di concentramento che vede, ha avuto modo di abituarsi alla vista di quell’umanità disumanizzata, ha conosciuto l’odore dei corpi ammassati. Sa bene cosa gli viene richiesto ed esegue. La guerra gli ha portato via entrambi i genitori e forse, con loro, quel poco di umanità che gli restava.
Mesi dopo essere arrivato a Dachau però, in quella massa informe di corpi, tra quei volti tutti uguali riconosce Jakob. È pelle e ossa, è meno di niente, ma è un legame col passato, con un passato normale, con il suo essere stato un uomo prima che un soldato. Lo convoca, ne fa il suo schiavo personale, Jakob vive così una vita migliore, e grazie a Leimberg di tanto in tanto riesce ad incontrare Elsa, internata nel campo femminile.
A Jakob probabilmente sembra il paradiso, quello che prima era un suo amico adesso si fa lustrare gli stivali, ma lui mangia più degli altri, lui non partecipa alle selezioni, vede Elsa, soprattutto, vede Elsa.
È preoccupato per la sorella, ed ha ragione, troppo fragile per un esperienza del genere Elsa alle volte non lo riconosce nemmeno. È pronto a tutto perché la sorella stia bene, lo dice a Leimberg, arriva ad affidarla a lui, a promettere di essere il suo schiavo per sempre, lo fa di fronte ad una Elsa che piange, le dice che per sempre dovrà essere riconoscente a quell’uomo, che qualsiasi cosa lui dica è legge. Lega la mente distrutta di Elsa a quel comando. Lui non sa ancora, ma avrebbe forse fatto meglio a lasciarla al proprio destino.
La guerra nel frattempo sta per finire, i russi marciano attraverso la Germania, la guerra è persa tutti lo sanno. Le SS lasciano i campi ripiegando su Berlino, alla ricerca della protezione di Hitler senza sapere che non ne avranno alcuna. Non tutti però fanno quella scelta, c’è chi più lucidamente comprende che è arrivata la fine e decide di morire, tra questi c’è Joseph Leimberg.
Si prepara al suicidio con metodo, Jakob lo guarda in lacrime, nella sua mente distrutta sta per perdere ogni protezione, Elsa è con loro, lui si troverà solo e non saprà come pensare alla sorella, come proteggerla. Implora Leimberg di non uccidersi, di non lasciarli soli, e Leimberg gli propone un’alternativa.
Jeseph non aveva certo premeditato, ma a quel punto gli sarà sembrato normale che Jakob facesse anche questo per lui. Perché lui si occupi di Elsa per sempre sarà Jakob a morire. Elsa piange, forse non capisce a pieno, ma cinquant’anni dopo ancora racconta quei momenti senza saltare un particolare, l’odore della polvere da sparo, il rumore del corpo che cade, Leimberg che indossati gli stracci di Jakob la guida fuori dai campi abbandonati. Nelle fredde campagne tedesche.
Come molti ebrei spaventati, anche loro per altre ragioni, eviteranno l’incontro con i soldati russi, si ripareranno nei fienili e giungeranno a Berlino con le prime truppe americane.
Da li la storia è storia d’oggi. Due uomini che ora sono uno solo, due uomini che sono fusi insieme.
Jakob vede in Pinkerton il passaporto per un mondo in cui ricominciare, essere realmente se stesso anche se con un nome nuovo, provare ad avere una vita diversa. Lo convince, blandendolo con l’amore di Elsa, a portarli con se in america a fare di loro la sua famiglia.
Cinque anni dopo Elsa viene ricoverata in clinica. Forse le sue condizioni peggiorano, più facilmente inizia a dir cose che non dovrebbe dire, a Zuckermann serve che lei stia zitta. Così le costruisce un nuovo lager, un lager per pazzi, e la rinchiude a vita. Pinkerton sentimentalmente s’era già rifatto una vita, non si può amare alla follia una folle.
E così tutto continua, Zuckermann non si creerà mai una famiglia sua, non avrà una moglie ne dei figli, probabilmente non è più abbastanza umano per farlo.
Pinkerton sarà il suo legame permanente con il passato e con la verità, dubito che il Senatore sappia, ma ai miei fini, ai fini di chi mi ha ingaggiato questo non conta. Basterebbe anche solo il sospetto per distruggere Jerom Pinkerton per sempre, come senatore, come avvocato, come uomo.
E così ho trovato ciò che cercavo, lo scheletro nell’armadio, lo scheletro di un ebreo morto nel 1945, uno scheletro che puzza ancora.
Ricordate, questo è semplicemente il mio lavoro, e io sono brava nel mio lavoro, se mai vi servisse, ora sapete a chi telefonare.

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giovedì, 05 gennaio 2006

Ironia della sorte

(post blu)

Io lo so che nemmeno mi vede, non mi faccio illusioni; ogni giorno da cinque anni ci sediamo uno di fronte all'altra, lui detta ed io scrivo, lui ordina ed io eseguo, lui mi fissa, io sorrido. Ma lo so bene che nemmeno mi vede.
Quando ho cominciato a lavorare per lui avevo cinque anni di meno e quindici chili di più, ero forse un poco grassoccia, lo ammetto, ma niente di particolare, i ragazzi della mia età non disdegnavano di invitarmi a ballare ed io non disdegnavo di accettare, ero come una mela rossa al mercato, lucida, florida, profumata.
Giorno dopo giorno però, a forza di sedergli di fronte, di guardarlo negli occhi, ho cominciato ad amarlo, se può chiamarsi amore questa specie di follia, a volere che mi vedesse anche lui, che non mi guardasse come guarda il ficus alle mie spalle, ma che mi vedesse veramente, florida, lucida, profumata.
Per un po' di tempo ho pensato che dimagrire sarebbe stata una buona idea e mi sono messa a dieta, i primi cinque chili sono volati in un secondo fuori dal mio corpo ed ammetto che più di prima i ragazzi della mia età non disdegnavano di invitarmi a ballare, ma io non accettavo più.
Era lui che volevo, solo lui. Per lui dimagrivo a vista d'occhio, per lui avevo cinque chili di meno, per lui mi facevo bella, bella come una mela al mercato.
Ma nonostante mi fossi fatta veramente quasi bella, ed avessi osato addirittura una gonna a fiori rossi un poco sopra il ginocchio, lui continuava ad attraversarmi con lo sguardo come se attraverso me potesse realmente vedere il ficus alle mie spalle.
I secondi cinque chili sono stati più faticosi da perdere, un poco perché la costanza iniziava a mancarmi e la sofferenza mi tendeva i nervi, infondo non ero poi così sicura che dimagrire fosse una buona idea, un poco perché il fisico si ribellava al digiuno ed a guardarmi allo specchio mi vedevo avvizzire, non ero più florida come una mela.
Ho sofferto per gettarli dalla finestra, ma alla fine ce l'ho fatta. È stato un successo effimero e senza perché. Lui ha continuato a fissarmi con la stessa espressione di sempre, non mi vedeva, guardava il ficus.
La terza cinquina invece è scesa giù dal mio corpo come acqua nello scarico del lavandino, non faccio più alcuna fatica a stare a dieta, non m'interessa più il cibo, non m'interessa più nemmeno ballare, veramente ad interessarmi non c'è più molto, solo lui. Solo lui mi tiene in vita.
Adesso avevo pensato di perderne altri cinque, così, tanto per non perdere la speranza che di cinque chili in cinque chili io possa farmi vedere da lui farmi vedere veramente, ma ironia della sorte ieri è morto il ficus.
S'è seccato, è ingiallito e si è piegato in due come un vecchino col mal di pancia. Non è morto così all'improvviso, ma io sinceramente non c'avevo fatto caso, sono mesi che non l'annaffio, che non lo nutro, infondo perché dovrei? Se non mangio io anche il ficus può farne a meno, no?
Ironia della sorte è stato lui a rendersene conto, mentre dettava, a metà di una lettera qualunque, mentre io pregavo che alzasse lo sguardo e mi vedesse, lui come se realmente attraverso me che gli siedo di fronte, come attraverso un vetro, potesse vedere il ficus, mi ha chiesto di gettarlo via.
Mi ha detto "cosa succede Gloria? a questo ficus qui è rimasta solo l'anima; lo getti via, ne compri uno nuovo e l'annaffi sta volta!".
Il tono era di rimprovero, di fastidio, di stizza, per quella morte non annunciata che ha scomposto il lento andamento della giornata, per la visione di quello scheletro di pianta, rinsecchito e vecchio come me!
Ironia della sorte, è stato mentre infilavo il povero ficus in un bustone nero di quelli per l'immondizia che ho capito. Ci sono voluti cinque anni, ma ho capito! Dovrei morirgli davanti perché mi vedesse, diventare piena di grinze e grigia come una mela messa a seccare, poi magari ammuffire lentamente su un lato, quello che lui non vede, ed alla fine, un'altra mi infilerebbe in un grosso bustone nero di quelli per l'immondizia, e prenderebbe il mio posto su quella sedia dando le spalle al ficus.

postato da: onecat alle ore 12:33 | Permalink | commenti (5)
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lunedì, 02 gennaio 2006

P orca V acca

(attenzione post-verde bile sconsigliato ai sereni)

Per usare un espressione civile “sono arrabbiata”, in realtà sono incazzata nera, incazzata come una belva, quasi sull’orlo dell’isterismo.
L’ha fatto di nuovo, non che non me l’aspettassi, anzi, credo che tutti sapessimo che primo o poi sarebbe accaduto, e ci chiedessimo come fosse mai possibile che il tutto stesse durando tanto. Ero preparata quindi, ma ciò non toglie che sono incazzata ugualmente.
I motivi per cui sento lo stomaco rivoltarsi ogni volta che lo vedo passarmi davanti sono più o meno intuibili da tutti. Io e lei lavoravamo bene insieme, è disponibile, sincera, intelligente, esperta, molto più di lui direi, una a cui non devi stare dietro, una capace, Cristo Santo una capace!
E quindi non poteva durare. È finita per motivi “esterni” al lavoro, e questo forse mi fa anche più incazzare, perché lui si potrà scaricare della responsabilità delle proprie decisioni, di cui sono certa dovrà pentirsi a breve.
Una parte di me vorrebbe che se ne pentisse amaramente, che si trovasse con il culo per terra all’improvviso, l’altra, quella razionale, sa fin troppo bene che se accadesse ci metterebbe in croce, io inchiodata un pochino più in alto, le altre a seguire, ma pur sempre in croce.
E poi arriverà qualcun’altra, una donna potrei giurarci (da quando sono qui non è mai stato preso in considerazione un uomo), perché questo non è un ufficio è un simbolico harem, di lavoro faccio la vestale.
E visto che ne sono passate di vestali sotto i ponti, e che per mia enorme fortuna erano tutte più o meno belle persone, mi prefiguro che prima o poi dovrà pur capitarci una iena! Una vera stronza. Io non ce la faccio mica a reggerla una stronza. Dovete capire che sono arrivata a saturazione e che un’elevata concentrazione di stronzi nella mia vita potrebbe essermi a questo punto fatale.
Debbo trovarmi un altro lavoro, lo sapevo già, ma questo non fa che confermarmelo e giuro che se un giorno mio figlio dice, “mamma voglio studiare” lo caccio di casa, “a lavorare devi andare, a lavorare”.


postato da: onecat alle ore 10:50 | Permalink | commenti (2)
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