mercoledì, 12 ottobre 2005

Mary Rosemberg


Avermi chiamata Mary è stata una pia illusione, credo che mia madre sperasse che un nome così avrebbe contribuito a salvarmi dal destino che era stato anche il suo. Ma non c’è nome che tenga con i tempi che corrono e se ho evitato il bordello non è certo stato merito del nome, ne conosco di Maria che battono per Jonny tre dita!
È la familiarità che ho con i numeri ad avermi salvato dal baratro, e quella non viene certo da mia madre o dal nome che porto; no, quella l’ho ereditata da mio padre, che ironia della sorte era ebreo e della Maria di cui perpetuo la memoria non aveva una gran stima. Per lui, infondo, era pur sempre una ragazzina ebrea cui era accaduto un evento increscioso.
Ammetto che non m’è mancata la fortuna, ma troppo facile sarebbe imputarle tutto il mio destino, io non lo farò, di cose facili ne ho piene le tasche ed ho scoperto che le cose valgono esattamente per come le soffri.
Ho cominciato come guardarobiera lavorando per Joe Sansa e guadagnavo molto meno di una ballerina esclusivamente perché potevo evitare le mani sudice dei clienti ubriachi.
È così che ho conosciuto tutta la gente che conosco; loro mi lasciavano il cappotto io davo in cambio un biglietto col numero, ma non potete immaginare in quei pochi secondi le cose che può confidarti un uomo perso con lo sguardo nella tua scollatura.
È così che ho conosciuto Bobby mani di velluto, che entrava con un cappotto sgualcito e pieno di toppe ma usciva accompagnato da qualche turista in pelliccia ubriaca ed incosciente.
Così ho conosciuto il Siciliano, cappotto fine, tasche rinforzate per gli attrezzi del mestiere, ghigno di ghiaccio, faccia da killer; e Francky l’allodola che poi ha sfondato alla radio e ora vende più dischi di Sinatra. Ne ho conosciuti tanti di uomini, alcuni più intimamente di altri, ma nessuno mai ho conosciuto bene come Joe Sansa.
Si fermava davanti al guardaroba con il cappello tra le mani e chiedeva il permesso per entrare, lui che era il padrone. Passava le ore in quella stanza sul retro a cui si accedeva solo dalle mie spalle e per tutto il tempo in cui Lui era li dietro io non potevo voltarmi.
Era la regola.
“Quando Joe è li dentro” aveva detto Marciano “tu guardi solo avanti hai capito? Non ti giri mai nemmeno se senti un colpo di fucile, hai capito? E se anche avessero sparato col fucile tu non avresti sentito nulla, hai capito?”
Con chi pensava di avere a che fare Marciano non lo so, ma che di me poteva fidarsi Sansa l’ha capito subito.
Sempre più spesso mentre era li dietro lasciava la porta socchiusa; e mi guardava il culo invece che lavorare.
Le ragazze cominciarono a guardarmi in un modo diverso,anche gli uomini di Sansa era meno sfrontati del solito, nessun approccio da bordello per settimane, ed io non ero certo tanto stupida da non sapere, da non capire, che quella era l’occasione della mia vita.
Sinceramente pensavo bastasse andarci a letto. Stavo per diventare la donna di Joe Sansa e chi sa che nascondendogli i miei natali ebrei non sarei riuscita a diventare la sua vedova un giorno.
Tutto mi sarei aspettata quindi, tranne che di diventare il suo contabile.
Quando ho cominciato a frequentare la stanza sul retro Joe chiudeva i registri a chiave nella cassaforte appena entravo, poi si è fatto meno attento, ed un giorno mi è capitato di dare un occhiata anch’io.
Seduta sulle sue ginocchia ho letto le prime righe ed ho capito, e lui ha capito che avevo capito e mi ha guardato come si guardano gli animali feroci allo zoo, con un misto di curiosità e terrore.
Non potevo diventare di colpo la donna pericolosa che sa troppo e così ho preso in mano il registro e con aria svagata ho esclamato “mi piacciono i numeri, io con i numeri ci faccio l’amore”.
Trovai a Joe una nuova guardarobiera e nell’ufficio sul retro comparve un’altra scrivania.
È stato l’inizio di una nuova vita.
Lavoravo tutte le sere, tenevo i conti, controllavo i registri di tutti i punti di smercio, sapevo cosa facevano i ragazzi, quanti soldi avevano in tasca, quali esigenze andavano assecondate, quali negate, chi faceva troppo la cresta finiva a rapporto da me. Ero diventata bravissima a far capire concetti complessi, quali la sepoltura nel cemento, senza una parola di troppo, bastava che entrassero con il cappello tra le mani e lo sguardo a terra ed io li assolvevo come in chiesa, ribadendo però che non ci sarebbe più stato spazio per il perdono in futuro.
Ero diventata di colpo Miss Mary e nessuno di loro si sarebbe mai azzardato a guardarmi nella scollatura. Nemmeno Maria Santissima godeva di tanto rispetto tra quella manica di criminali.
Sono stati i sei anni più tranquilli della mia esistenza.
Joe era un buon diavolo infondo, un uomo tutto casa chiesa e “famiglia”; per tutto il tempo che siamo stati insieme non credo mi abbia mai tradita, era felice con me ed io ero felice della mia vita.
Non potete avere idea delle cose che mi passavano per le mani, di quante centinaia di persone erano al soldo di Sansa in quegli anni, poliziotti, politici, preti.
Avrei potuto con uno solo di quei registri creare il caos.
C’era uno dei ragazzi che in un preciso giorno ogni sei mesi si sobbarcava 200 chilometri in macchina per depositare una busta anonima in una cassetta della posta fuori da una villa in piena George Town; sui libri contabili quell’uscita a cinque zeri risultava sotto l’incredibile dicitura “mangime per le anatre”.
A ritirare di buon ora la busta, il mattino dopo, era la moglie di un ex presidente.
Alla fine non mi stupivo più di nulla.
Era divenuto tutto normale, ma avrei dovuto sapere che in certi ambienti la pace è un concetto del tutto aleatorio e che quei sei anni non potevano durare per sempre.
I primi venti di guerra iniziarono a spirare il giorno di San Patrizio, uno dei ragazzi non tornò dal solito giro di consegne, la polizia trovò il camioncino ed il corpo sotto un ponte sulla statale 22. Sarebbe dovuto sembrare un incidente, ma Sansa non era tanto sprovveduto.
“Neanche al cesso dovete andare più da soli, da oggi si viaggia in quattro per macchina e si spara a vista” questo fu l’ordine.
Due settimane dopo a non ripresentarsi all’appello fu Marciano. Era andato in visita all’anziana madre ricoverata in un ospizio, non era andato solo ma aveva imposto ai ragazzi di aspettarlo in macchina e non era più tornato. Dissolto nel nulla nel giro di un ora.
Le urla di rabbia di Joe svegliarono un intero quartiere ed io capii che le cose si mettevano male. Aver toccato Marciano significava aver voluto mandare un messaggio diretto a Joe, “tu sei il prossimo”, questo diceva il messaggio.
Le riunioni si susseguivano giorno e notte, tutti i capi bastone negarono di averci qualcosa a che fare e si dissero disposti ad aiutare Sansa. “Perché una guerra non serviva a nessuno, perché le guerre rovinano gli affari”. Ma Joe sapeva, e con lui sapevamo tutti, che quello era un attacco in piena regola e che solo uno di quegli uomini avrebbe saputo sferrarlo.
Era Christy Brown, Sansa né era certo, il morto di San Patrizio gli e ne dava la conferma, era folle di rabbia.
Dispose un allerta generale, i ragazzi finirono a dormire sui materassi, io finii sotto chiave a casa si Joe. Non bastò a tenermi fuori dai casini.
Avevo avuto la mezza idea di convincere Joe a mandarmi a New York, abbastanza lontano da non finire ammazzata ma abbastanza vicina per continuare a lavorare, ma poi avevo rinunciato per chi sa quale stupido scrupolo. Così quando Christy Brown ed i suoi assaltarono casa di Joe mi trovarono li con tutti i libri contabili.
Sopravvivemmo solo in due, io e uno dei ragazzi lasciato vivo, o quasi, perché riferisse a Joe che Christy aveva me ed i suoi libri.
Per oltre due settimane sono stata rinchiusa in una stanza al buoi, mi veniva permesso di usare un bagno senza finestre una volta al giorno e mi venivano serviti pasti confezionati in casa.
In quelle due settimane mai una sola volta Christy o uno dei suoi mi rivolse la parola.
Avevo quasi fatto l’abitudine anche a quella vita quando invece di svegliarmi al buio in quel letto mi svegliai in strada tra i bidoni dell’immondizia dietro la chiesa della Visitazione.
Non era un bene essere stata lasciata libera così, troppo semplice e pulito, troppo facile e voi sapete cosa penso delle cose facili.
Avrei dovuto precipitarmi da Joe ma ho sempre avuto uno strano senso di freddo al cuore nei momenti cruciali della mia vita ed il mio cuore era un pezzo di ghiaccio. Non mi sembrava una buona idea ripresentarmi a Joe senza i libri, proprio non mi sembrava un bene.
Feci l’unica cosa che potevo. Me la feci a piedi per otto isolati fino alla Gran Central Station, borseggiai un tipo e con gli spicci telefonai al locale. Chiesi, camuffando la voce, di parlare con Miriam la ragazza del guardaroba, lei di certo qualcosa ancora me la doveva.
Mi raggiunse dopo mezz’ora, era sconvolta; Joe era in preda all’isteria più totale, in giro si diceva che avessi decodificato i libri contabili per Christy Brown, addirittura che ora ero la sua donna. Lei non sapeva nemmeno perché era venuta da me, continuava a piangere che era una follia, tutta una follia essere li a parlare proprio con me.
E così Christy Brown aveva colpito Joe al cuore. Dopo avergli portato via il braccio destro gli sfilava il portafogli e l’amore in un colpo solo.
Perché ero ancora viva? Questo solo non capivo. Pensava che sarei tornata da Joe e che non m’avrebbe creduta. Voleva che mi uccidesse lui. Pensava che servisse questo a spezzarlo per sempre, lo voleva annichilito, annientato.
Mi spiace aver costretto Miriam a cedermi il cappotto e la borsa ma questo è il corredo minimo con cui viaggia una signora per bene.
Ho preso il treno per Washington, all’improvviso ho rammentato che domani, proprio domani, è un giorno particolare.
Neanche la guerra tra Sansa e Christy Brown potrà fermare il ragazzo dal depositare quella busta in una ben precisa cassetta della posta, farà tutto per bene, è un tipo meticoloso io lo conosco, al mattino la signora però avrà una brutta sorpresa.
A quell’ora io, come le “anatre”, starò già migrando verso sud.

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martedì, 11 ottobre 2005
L’autunno del ‘39

Quando penso a Jackson quello che mi viene in mente è il ritratto di Babbo Natale, quello delle placche in latta della Coca Cola, le placche rosse e verdi con Babbo Natale che tracanna dalla bottiglietta o che sorride, un piede poggiato su una pila di lattine. Forse le associo a lui perché al Central Dining c’è una di quelle vecchie placche proprio dietro il bancone, ma se lo dicessi a Dasee, sono sicuro, mi darebbe una spiegazione altrettanto buona se non migliore.
Dasee e Jackson sono marito e moglie dall’autunno del ’39. Quel anno nevicò presto, almeno questo mi raccontava Dasee, e si sentiva già nel freddo della neve che sarebbe arrivata la guerra. Per questo motivo si sposarono in fretta, sapevano che qualcosa di brutto li avrebbe investiti ed in due , diceva lei, “l’inverno” sarebbe stato più corto. Non mi ha mai raccontato come si sono conosciuti ed innamorati, ne tanto meno cosa sia potuto piacere a lei, così minuta e delicata, di quel omone rude, grosso come un armadio e cocciuto come un mulo.
I suoi racconti iniziavano sempre da quel autunno del ’39 ed io, ormai, di quel interminabile stagione saprei riconoscere anche gli odori.
Aveva 22 anni Dasee, non era tanto giovane per quei tempi, ma era molto carina- ho visto le foto- era bionda con due enormi occhi chiari. Jackson no! Non che fosse brutto, o almeno non lo era qualche anno più tardi, nelle foto spedite dall’Europa e che lo ritraggono in divisa, ma era enorme, altissimo, se possibile più alto di ora, e impacciato anche quando era in posa.
Un giorno le chiesi di raccontarmi come Jackson la chiese in moglie.
“sciocchezze…” mi rispose “gli e lo chiesi io”.
All’epoca mi stupì pensare che fosse stata lei a chiedergli di sposarla, ora le credo, dirò di più, ora mi sembra logico e normale.
Deve essere stato un enorme dolore per entrambi il non aver avuto figli, “volontà di Dio” sentenziava brevemente lei; la stessa volontà di Dio, che quando sua sorella ed il marito Winston morirono in un incidente d’auto a Fresno nel ’49, si materializzo in me, Rudyard Winston Dixon III, di anni 3, Roy per gli amici.
Non rammento molto di quei giorni, anche per quelli debbo affidarmi ai racconti di Dasee; sembra fossi un incrocio tra un pulcino bagnato ed un piccolo despota, ma le carezze di Dasee e gli sculaccioni di Jackson devono essere stati ben distribuiti perché ora sono qui e pare che gli altri non se ne lamentino.
La prima cosa che ricordo davvero è l’altalena sotto il frassino. Deve essere stata l’estate dei miei quattro anni e Jackson l’aveva montata con incredibile perizia. Arrivavo in cielo quando mi spingeva, le case del quartiere, la ciminiera del Polverificio, ogni cosa nel raggio di miglia spariva dal mio orizzonte ed io vedevo solo l’azzurro, non ero solo felice lì su ero estasiato, ero in un altro mondo.
Poi sono venuti la scuola e le lezioni di piano della signorina Babbitt, le meravigliose e silenti domeniche a pesca con Jackson ed i primi pomeriggi di lavoro al Central Dining per racimolare qualche spicciolo.
So che non è bello a dirsi, ed a Dasee l’ho detto una sola volta, ho visto troppo dolore nei suoi occhi per ripeterlo ancora, ma non credo di aver mai rimpianto la morte di Amabel e Rudyard Winston Dixon II.
Dasee è morta nell’autunno del ’87, a settanta anni finiti. Aveva sviluppato da tempo un’insufficienza cardiaca grave e nonostante le cure e le accortezze non arrivò a festeggiare il natale.
Gli ultimi giorni d’autunno, Jackson che aveva capito senza bisogno di parole, chiuse per la prima volta in più di cinquant’anni il Central Dining per un’intera settimana e fece finta, complice me e mezza cittadina, che fosse in atto una straordinaria tornata di disinfestazioni obbligatorie di tutti locali pubblici. In quei sette giorni non fece altro che tenerle la mano e sfogliare con lei album di vecchie foto. Dubito che Dasee si sia mai bevuta la frottola della disinfestazione, ma non disse ne chiese nulla. Il Central Dining non chiuse per lutto.
Puntuale come sempre il lunedì dopo i funerali Jackson era già lì di buon mattino a ramazzare il marciapiede di fronte il locale.
Da qualche anno poi il ristorante ha cambiato proprietario. Quennie Ford aiuto cuoco di Jackson dal ’65 l’ha rilevato per i suoi due figli. Nell’accordo era previsto che Jackson potesse andare di tanto in tanto a dare una mano in cucina, l’ha fatto per un certo periodo, ma oramai non si muove più di casa, è troppo vecchio e stanco.
Negli ultimi giorni poi non si alza neanche più dalla vecchia seda a dondolo che fu di sua moglie; così io ho preso una settimana di ferie raccontandogli che in banca scoppiato un tubo che ha allagato tutto. Non credo se la sia bevuta, ma non ha detto ne chiesto nulla, così passiamo le giornate seduti vicini a sfogliare album di vecchie foto, e quando me lo chiede, spesso in verità, io gli racconto di quell’autunno del ’39 e di una ragazza bionda con due grandi occhi chiari.
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venerdì, 07 ottobre 2005
Tressette col morto

Pensavo di riuscire a mantenere la mia dignità almeno qui in tribunale, ma forse era destino che succedesse e avrei dovuto saperlo che non c’erano vere speranze.
La nausea era tanta, troppa per essere contenuta a dovere, ma il Giudice aveva quasi deciso, se gli altri avessero smesso di palleggiarsi date di rinvio che non coincidevano con le loro adorate ferie avrei fatto in tempo a raggiungere il bagno, non si davano pace e io li odiavo.
Ho preso a volo il rinvio mentre uscivo di corsa travolgendo tutti e tutto, ho aperto la porta del bagno degli uomini come una furia ma non sono riuscito ad arrivare nemmeno al lavandino dell’antibagno, ho vomitato sul pavimento con gemiti strozzati e lacrime, di fronte all’avvocato Tieri che si lavava le mani.
Gli è uscito un soffocatissimo “Cristo!” e quando ho alzato lo sguardo tra le lacrime che mi riempivano gli occhi l’ho visto più bianco di me, pietrificato dall’orrore e colmo di pena.
Adele deve avermi visto uscire dall’aula di corsa perché è arrivata alla porta del bagno un secondo dopo di me ed ha esitato quel tanto che basta ad una giovane donna innamorata del padre ferma sulla porta del bagno degli uomini, non avevo ancora alzato lo sguardo che lei era già entrata.
È stato il suo ingresso incurante di dove fosse che ha risvegliato Tieri dalla paresi apparente che l’aveva colpito, ho chiesto scusa, di cosa non saprei dirlo, avrei pianto se non ci fosse stata Adele, se ci fosse stato solo Massimo che conosco da una vita anche se non siamo mai stati veri amici, avrei pianto davanti a lui come un bambino, ma con Adele presente non potevo, ogni lacrima sarebbe stata un pugno per lei che non ha mai visto piangere il padre e così le ho ricacciate dentro le lacrime una ad una.
Mi ha detto “non preoccuparti papà ci penso io” e come se si fossero messi d’accordo telepaticamente l’avv. Tieri ha aggirato il vomito sul pavimento, m’ha preso per un braccio e mi ha fatto uscire dal bagno “ci prendiamo un tè caldo alla macchinetta” ha esclamato “così ti levi quel saporaccio di bocca e poi, se ti va, ci facciamo pure una sigaretta all’aria aperta, tanto che male vuoi che ci faccia”. È spiritoso Massimo, una iena se te lo trovi dall’altra parte del tavolo durante una prova, ma spiritoso e disponibile nella vita di tutti i giorni, chi sa infondo perché non siamo mai diventati veri amici…
Dopo il tè e la sigaretta Adele c’ha raggiunti, m’ha guardato con rimprovero quando ha sentito l’odore del fumo sulla giacca ma deve essersi resa conto da sola, povera bimba, che sarebbe stato sciocco dire qualunque cosa. Tieri ha salutato ed andando via mi ha detto che mi telefonerà una domenica di queste per andare insieme a vedere la partita, ho idea che lo farà veramente.
Non ho chiedo ad Adele come ha fatto a risolvere il pasticcio del bagno, sarebbe stato troppo umiliante e non ce la facevo proprio a sentire i particolari. Siamo montati in macchina e ci siamo diretti a studio, lei voleva che tornassi a casa, ma vedere Elide che mi passa hai raggi x alla ricerca di un minimo sintomo o dolore, no, ora non avrei potuto sopportarlo.
Così mi sono fermato a studio e da due ore sto scaldando la sedia senza lavorare. Avrei voluto avere un hobby, un sogno nel cassetto, che so visitare l’Australia, qualcosa di pazzoide che mi riempisse le giornate facendomi illudere che c’è ancora da fare prima della fine. Ma non mi viene in mente niente, per un attimo avrei voluto tornare a Parigi, ma non sarebbe più la stessa cosa, così scaldo la sedia dello studio e guardo gli altri lavorare, di tanto in tanto qualche praticante mi si siede di fronte si fa spiegare qualcosa, sono attimi di pace in cui però mi assale il rimpianto di non aver insegnato.
I rimpianti arrivano a frotte ormai, come la cavalleria nei film con gli indiani, arrivano strombazzando tutti insieme, ma proprio come la cavalleria, arrivano troppo tardi. Rimpiango di non aver avuto altri figli, non c’entra niente il fatto che non verrà perpetuato il mio nome, me ne fotto di questo, ma Adele alla morte di Elide resterà sola e questo pensiero mi addolora. Rimpiango di non aver imparato a suonare uno strumento, di aver guardato troppo giocare a pallone invece di corrergli dietro e rimpiango, più di tutto, fortemente, tanto da strozzarmi con le lacrime, di non aver vissuto sempre e solo da uomo. La mia è stata una vita da avvocato!
Ai miei rimpianti poi si uniscono quelli degli altri e che io ben conosco. Adele rimpiange già di non aver avuto la forza o forse la fortuna di presentarmi per tempo un uomo di cui poter dire “lo amo”, rimpiange di non avermi fatto cullare i suoi figli.
Ed Elide, donna incredibile anche nei rimpianti mia moglie, si era arresa, con gli anni, all’idea che non sarebbe mai riuscita a convertirmi a Dio, che sarei rimasto lo stesso sfrontato miscredente che aveva sposato. Ora però non si dà pace, da quando sa che devo morire ed ancora più da quando sa che so anch’io di dover morire non resiste all’idea che io non mi pieghi alla paura della morte e cerchi giovamento e sollievo nella preghiera.
Per quarant’anni ogni domenica o quasi l’ho accompagnata a messa nella sua parrocchia natale, venti chilometri da qui, un paesino di 5000 anime arroccato sul monte. Sono entrato poche volte in quella chiesa, il giorno del nostro matrimonio, per il battesimo di Adele, qualche altra cerimonia, Pasqua e Natale anche se non sempre. Di solito la lascio ai piedi della scalinata, parcheggio poco più avanti e vado al bar.
Un bar piccolo, di un piccolo paese, un bar senza grandi pretese, ma è il mio bar. Da quarant’anni mentre Elide si fa le sue novene, recita il rosario e poi segue la messa, io gioco a carte.
Siamo sempre lo stesso tavolo. Non li ho scelti i miei compagni di gioco, mi sono capitati così a caso la prima volta, ma ormai quando arrivo, anche se il mio posto e occupato “l’intruso” così lo chiamano si alza e mi lascia la sedia. Di questi uomini so molto poco, a malapena la squadra del cuore, se sono sposati o meno, se hanno figli, e loro di me sanno anche meno. Ho provato i primi tempi a farmi chiamare per nome ma per loro sono e sarò sempre “l’avvocato”, un uomo però, loro mi trattano come un uomo.
Così il giorno dei miei funerali ci saranno due cerimonie. Adele ed Elide anche se sconvolte dal dolore troveranno sollievo nelle manifestazioni esteriori di cordoglio che seguiranno la mia morte. I manifesti delle varie associazioni che ho patrocinato negli anni, il ricordo dell’ordine degli avvocati, i telegrammi di condoglianze dei colleghi, delle banche, la fila di auto lussuose ed enormi che si inerpicheranno per quella salita fino alla chiesa ed i fiori, da cui già immagino tutti saranno stati dispensati nei manifesti ma che compariranno ugualmente sulla mia stretta cassa. Mentre io entrerò per l’ultima volta in quella chiesa, dall’altra parte della piazza, all’insaputa di mia moglie, si terrà una cerimonia diversa che mi sono organizzato da solo.
I miei degni compari di carte non entreranno per porgermi l’estremo saluto. Ordineranno quattro negroni, si accomoderanno al tavolo contro la vetrata e giocheranno una memorabile partita a tre sette col morto in mio onore. Se un anima esiste, cosa di cui sinceramente dubito, lascio indovinare a voi dove la mia trascorrerà quell’ora di tempo.
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