lunedì, 12 settembre 2005
Vodka Lemon

Certe sere mi sento un derelitto, certe altre un gran signore. Tutto dipende da quanto alcol ho in corpo, da quanti soldi ho ancora in tasca e da quanto altro se ne può comprare.
Non fraintendetemi, non sono uno sbandato.
Ho una vita regolare io! Sono uno regolare. Regolarissimo.
Niente denti marci in bocca, niente dormire tra i cartoni, sono un alcolista di prima classe, e me ne vanto.
Mi farei schifo se dovessi bere vinaccio da quattro soldi direttamente dalla bottiglia; certo alle volte anche a me finiscono i soldi nel bel mezzo della serata, qualche volta anche nel bel mezzo del mese, ma non è la regola che mi riduca così, è l’eccezione, ed io m’impegno perché non accada, o accada il meno possibile.
Prova che ti riprova ho sperimentato un mio metodo. Divido tutto nelle buste e non tocco mai le buste che non dovrei toccare. Fortuna vuole che casa è la mia e quindi niente busta per l’affitto, c’è la busta per le bollette, quella per il cibo, ma ho scoperto che l’alcol è altrettanto calorico (e poi per essere magri non si fanno follie?) la busta per gli imprevisti (che di solito si traduce in bevute extra!) e quella per le serate.
Al mattino mi infilo in tasca la busta con il numero del giorno, il primo la busta n. 1 il due la busta n. 2 e così via.
Passo al bar qui sotto per la colazione e faccio fuori le prime 5 euro, un americano ed un tramezzino al tonno! Poi vado a lavorare.
Lavoro come pubblicitario.
I pubblicitari sappiatelo sono tutti alcolisti allo stato terminale, io non lo sapevo prima di intraprendere questa carriera, ma scoprirlo è stato un vero sollievo, alle sei di sera io sono uno dei più sobri, ed anche di questo me ne vanto.
E poi se sei brioso o fai cazzate mica è perché sei ciuco come un marico messicano? No… è perché sei un creativo, un artista! (Cazzo sono un artista)
Alcune delle mie campagne pubblicitarie vi passano sotto il naso ogni momento, in tv, per radio, nei banner di internet (è mia per esempio quella di una famosa casa di dolciumi per bambini con gli animaletti che cantano e ballano), sono specializzato nel target bambini, ed ho scoperto che le cose migliori le penso subito dopo pranzo, quanto in corpo ho (oltre l’americano della colazione) almeno una birra ed un paio di bicchieri di buon vino. Mentre mi cala la palpebra (tanto per restare in tema di spot) mi vengono in mente canzoncine cretine e storielle demenziali che tanto piacciono ai miei capi e poi a quei sottosviluppati (non per loro colpa) dei bambini.
Il mio è un posto d’oro, non solo per lo stipendio che mi permetterebbe vizi ben più costosi dell’alcol (sniffare però non fa per me!) ma anche perché mi viene naturale, neanche pubblicizzare alcolici mi verrebbe così bene.
Stacco di lavorare sempre molto presto, saluto Berenice la mia segretaria racchia, donna dal cuore di burro del cui latente amore approfitto bastardamente da anni permettendomi di trattarla uno schifo e facendole coprire le mie magagne-alcoliche senza vergogna, e vado a prendere l’aperitivo dell’aperitivo, veramente alle tre e mezzo dovrebbe ancora chiamarsi ammazza caffè, ma visto che a me il caffè fa schifo lo chiamo pre-aperitivo.
Io mio pre-aperitivo consiste di norma in una serie piuttosto lunga di vodka lemon, non li conto mai, smetto quando inizia a fare buoi e mi sono stancato di restare al bar a cazzeggiare, il che in primavera quando fa scuro tardi diventa un problema di difficile soluzione.
Poi c’è l’aperitivo vero e proprio. Se ho qualche impegno, (tipo ho invitato qualche collega coscia lunga) vado al Vanisch, lì ho un conto aperto, mi fanno sconti pazzeschi sulle consumazioni perché gli faccio un mare di pubblicità gratuita e ci porto sempre bella gente che poi, non si sa perché, ci porta altra bella gente e così l’alcol scorre a fiumi, se invece non ho impegni l’aperitivo me lo faccio in casa, costa dannatamente di meno e posso stare in ciabatte.
La cena non è mai un problema, una volta al mese faccio delle mega spese che al conad non ci si capacitano, certo metà del carrello è pieno di bottiglie ma c’è anche da mangiare, non lo faccio più lo sbaglio di andarci sobrio (che poi compro solo alcol), ne di andarci troppo brillo (che non so nemmeno io cosa mi serve), ci vado “giusto”. (in quelle due ore dopo pranzo in cui sono al massimo dello splendore) Vedeste come mi guardano le commesse? Nemmeno fossi Gorge Clooney.
E finalmente il dopocena. Io adoro il dopo cena. Vero è che molto spesso non ho ricordi lucidi di cosa accade dopo cena, ma quel poco che ricordo è da sballo, credetemi.
Locali pieni di gnocca che ti si struscia addosso convinta che dietro il completo prada ci sia chi sa quale sostanza, ed alcol, di tutti i generi e gradazioni, ad ogni temperatura, ed udite udite, molto anche gratis. Sono uno a cui i drinks vanno incontro da soli, ho un mare di amici che ridono delle mie battute, ubriachi come sono riderebbero di qualsiasi cosa, ma questo loro non lo sanno, e io ne approfitto spudoratamente. A farla breve di colpo è mattina e io sono pronto per una nuova giornata ed una corroborante colazione.
E vado avanti così da forse tre anni, trecentosessantacinque giorni l’anno.
Mai un problema, mai un incidente (si fa per dire) fino e ieri sera.
Non ci vuole molto a capire perché non ho la macchina. Quella di vendere il catorcio e passare all’utilizzo dei taxi è stata una scelta obbligata dal ritiro della patente e da un paio di spaventosi incidenti che sinceramente hanno fatto molti meno danni di quelli che avrebbero potuto, ma che mi hanno messo in corpo una tal paura che nemmeno con le cannonate mi sarei mai rimesso alla guida. Cristo, se cappotti in tangenziale, e un Tir ti prende in pieno trascinandoti, cappotta a terra, per seicento metri e tu non ti fai praticamente un cazzo, non ci riprovi. Ve l’assicuro.
Così come sempre, ieri sera, il barman mi ha chiamato un taxi, (gli istruisco bene i barman io) quando sono stanco, ho trovato da scopare, o semplicemente sono svenuto tra gli sgabelli, mi chiamano un taxi e molti danno anche l’indirizzo al tassista. Ieri sera non ero poi così sbronzo.
In effetti è stata da subito una serata di merda, poca gente, fiacca totale, molta poca gnocca e soprattutto gnocca molto, molto stronza. Non restava che l’alcol per tirmi su! Ma non faceva effetto. Non capivo il perché ma ero al quarto drinks pesante (più colazione pranzo e due aperitivi) ed ancora mi sentivo la testa leggera. Era come se fosse primo pomeriggio, in quelle due ore mitiche in cui mi sento un dio, la cosa avrebbe dovuto farmi felice, ma non era cosi, aspettavo il clic, sento un clic ad un certo punto e cala la pace. Da quel momento in poi se cade il mondo io mi scanso e se per caso mi sfracella addosso, oh Dio, nemmeno di quello me ne frega poi molto.
Ecco, quel clic ieri sera non è arrivato!
Fatto sta che Vanni, il barman del Medison, ha chiamato un taxi per me ed uno per un noto avvocato penalista (che se i clienti lo vedessero in quello stato saprebbero perché sono ancora in galera), ci siamo ritrovati tutti e due fuori al freddo ad aspettare ed a me sinceramente scappava anche.
Quando è arrivato il primo taxi l’ho preso al volo, ho scansato senza grazia l’avvocato che se ne è uscito con un “e allora?” e dal finestrino gli ho urlato “fammi causa!” s’è messo a ridere, sapevo già che avrebbe riso, ha spirito (anche troppo) l’avvocato.
Ho dato l’indirizzo di casa al tassista e mi sono accucciato contro il sedile, avevo una sola preoccupazione in mente, tenerla fino a casa, o almeno fino al portone, non sono il tipo che la fa nei taxi io. Ero tanto impegnato a controllare la mia vescica ed a pensare a cose che non fossero liquide che c’ho messo un po’ a capire che c’era qualcosa che non andava.
Il taxi sbandava paurosamente. All’inizio pensavo fosse la mia testa, ma non era lei no!
Quel coglione di tassista era più ubriaco di me! M’è preso un colpo, ho cercato di mantenere la calma e gli ho chiesto di accostare, ho detto qualcosa tipo “mi scusi può fermarsi? Non mi sento bene” ma lui non ha nemmeno fatto finta di starmi a sentire, ha accelerato. Quindi io ho cominciato ad urlargli di fermarsi a chiamarlo con gli insulti peggiori che mi venivano in mente, ma lui niente, continuava a correre sulla tangenziale come un demente. Ho pensato adesso apro la portiera e mi getto, ma poi ho capito che sarebbe stato un suicidio a quella velocità, mica sono Rambo io che mi getto dalle macchine in corsa!
Sulla corsia d’emergenza a 170 all’ora vedevo la tangenziale sfrecciarmi a lato come il panorama da un treno, all’altezza dei Grandi Magazzini Tollen ho smesso d’urlare. (che cazzo ulri a fare se il tassista non ti sente?)
Di colpo, come scosso dall’improvviso silenzio, lui s’è girato, m’ha guardato stupito, come se si chiedesse cosa ci facevo io li dietro, chi ero.
Ed è stata la fine. Se sbandava guardando in avanti potete immaginare cos’ha fatto girato indietro!
È stato un volo incredibile. Quindici metri fino all’asfalto del parcheggio dei magazzini, siamo atterrati a testa in giù in uno stridore di lamiere. Dicono che ti passi avanti tutta la vita, a me non è accaduto nulla di simile (forse agli ubriachi non succede!). Io ho avuto due soli pensieri, uno (questo era il taxi di quel gran figlio di puttana dell’avvocato) e due, (quando il Tir m’ha preso in pieno non dovevo smettere di guidare, dovevo smettere di bere!). Sono stati gli ultimi.
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mercoledì, 07 settembre 2005

Del perché chi di speranze vive disperato muore

E poi di colpo scopri che non è affatto quello che sembra e ti si chiude lo stomaco perché un poco addirittura c’avevi fondato, un poco avevi sognato e così ti sembra quasi che t’ha preso in giro, anche se lo sai benissimo che non l’ha fatto.
Perché infondo infondo hai fatto tutto tu e lo sai bene, solo non sapresti mai dirlo a voce alta, nemmeno pensarlo ti riesce, ci giri in torno e lo sfiori il pensiero, ci passi sopra come per caso e così piano piano l’accetti, ma dirlo, quello mai.
Ed a chi poi? A tua sorella? Quella è capace, per una cosa così,di darti della pazza irresponsabile deficiente che corre dietro agli uomini, per il resto di questa vita e di ricominciare da capo, se mai vi incarnaste ancora parenti, anche per le prossime quattro. No! Annamaria non è il tipo che le capisce certe cose. Lei che ha sposato il primo “amore”. Si, amore scritto tra le virgolette però, perché io che Annamaria l’amore non l’ha visto mai nemmeno in cartolina ne sono sicura.
Mario non è cattivo, Signore no! è un buon marito un padre esemplare e se non fosse per la forfora a quintali che si porta dietro non sarebbe nemmeno brutto come uomo, si mantiene diciamo, ma amare Annamaria è una parola grossa, ci riescono a stento i nostri genitori ed io (ma solo alle feste comandate), Mario dovrebbe essere un martire per amarla, così difficile da essersi rinchiusa in casa, a fare la mamma solo perché non le piace la gente.
La gente in generale, non un certo tipo di gente o quelli fatti in un certo modo, ma il genere umano tutto. (Tranne i suoi bambini)
Ed io proprio a lei dovrei dirlo? Fossi matta? E così me lo terrò per me, che infondo è anche meglio. Solo che tra dieci minuti lo rincontro e non so che fare.
Cioè, che lui non era quello che io pensavo che fosse ammesso che avesse capito cosa pensavo, e credo proprio che l’avesse capito bene,(brava la cretina che sono), lui l‘ha sempre saputo, non possono esserci dubbi su questo, e quindi sa che io non so quello che realmente è, o forse a questo punto avrà anche capito che io ho capito.
Penserà che sono una ritardata mentale.
Adesso ho due alternative. O faccio la deficiente fino in fondo e fingo di non aver capito quello che invece ho capito, tanto non ho detto a nessuno che ho capito e certo non mi possono leggere in mente, o ammetto con i fatti, perché a parole non lo saprei mai fare, di aver finalmente capito e spero che preso da pietà per la mia totale deficienza nei rapporti amoros-interpersonali aspetti almeno di essere uscito dal negozio prima di farsi una bella risata alle mie spalle.
Ricapitolando, o mi condanno a fare la cretina per il resto della vita ed ogni volta che passa in negozio recito la parte o la figura di merda la faccio una volta per tutte e poi spero che piano piano mi passi la vergogna ogni volta che l’incontro.
Che situazione! ci mancava il telefono a rompere “ Pronto… ah … Morena buon giorno, si… si… si… lo aspetto a momenti… si, è tutto pronto ed imballato, deve solo pagare e caricarsi la roba… come?... No, non lo faccio stancare, ma scusa perché? Ah!....(poco giuda iscariota zozzo)… Dovete andare a ballare… e quando te l’ha chiesto?... Ah! Quindi non era vero quello che avevi detto di lui…beh certo in certe cose ci si può sbagliare…. Si non preoccuparti se arrivi tardi domani, dormi pure (puttana).
E poi di colpo scopri che non è affatto quello che sembrava che fosse, o meglio che non è affatto quello che ti avevano detto fosse, ma che immancabilmente sei un deficiente e che comunque sta storia non la puoi raccontare a nessuno tanto meno ad Annamaria che riderebbe, a ragione, di te per il resto dell’umana esistenza.
Ma si può sapere quando impari a non farti fare le scarpe dalla prima puttanella che passa? Avessi sposato quel brufoloso di Giovanni direttamente dopo la licenza media! E poi hai pure il barbaro coraggio di sfottere tua sorella! Ma vaffanculo va!
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venerdì, 02 settembre 2005
Piove e come sempre ho spedito Gianni ad accompagnare Gaia al mulino, è l’unico posto dove non urla per i tuoni, la macina fa talmente tanto rumore che non li sente neppure. Certo, Marcaurelio me l’ha fatto capire coi fatti che ora che l’hanno riassunto gli scoccia avere quei due bambini in mezzo ai piedi mentre lavora, ma io che posso farci? A tutto non riesco a stare dietro.
Dove sei? Vorrei sapere perché non torni, dove spedire queste lettere che fanno mucchio nel comodino.
La guerra è finita, così dicono, ma per me non finirà mai se tu non torni.
La maggior parte degli uomini sono già a casa, di chi non c’è si conosce la fine, tu non sei neanche disperso, di te nessuno sa niente. Ho scritto al ministero della guerra anche se non so se esiste ancora non ho avuto risposta, ho anche pensato di andare direttamente a Roma, ma come? E i bambini a chi li lascio? E poi, una volta arrivata lì, con chi parlo?
Marcaurelio ha detto che se non torni per l’estate ci va lui a chiedere notizie, purché gli pago il viaggio però, nemmeno loro se la sono passata bene. Quando sei partito ho invidiato con tutto il cuore Rosa, Marcaurelio riformato la vedevo una fortuna inaudita, lui inabile alla guerra avrebbe aiutato i suoi, io sarei rimasta sola.
Poi sono arrivati i tempi brutti,e nemmeno Marcaurelio ha potuto nulla, Geppo l’ha licenziato, con dolore, ma che fare? Il mulino non aveva più molto da macinare e così il lavoro Geppo, anche se è vecchio che pare Noè, se l’è fatto da solo e Marcaurelio per Rosa è stato solo una bocca in più da sfamare. Tu lo conosci tuo fratello, è un uomo semplice e questi sono tempi per i lupi, non per gli agnelli.
Così Rosa e io abbiamo imparato a pensare a noi ed ai bambini. Certe volte, ora che tutto sembra quasi normale m’assale la vergogna per certe azioni che ho fatto, ma Pino tu lo sai, io i bambini non li potevo far morire di fame. Ho rubato lo ammetto di fronte a te, ho rubato nei cambi di fave, sugli alberi da frutta e anche in qualche pollaio, m’hanno vista sai? Iolanda, ho sentito gridare, mi ruba le fave, e sono scappata subito fino in casa, e per una settimana non ho messo il naso fuori, ma che dovevo fare Pino? Tu non tornavi, di te non avevo notizie.
E quanti chilometri ho fatto. Pino mio.
Se mi vedessi ora come sono brutta, secca come un palo. Ma i bambini, i bambini.
Giravo le campagne vendendomi le cose, ho svenduto per un pollo, per tre uova, per un pezzo di lardo quasi tutto il corredo, i vestiti, le tue scarpe. Anche quelle Pino. Anche quelle.
E pensavo, mentre le vendevo, tornerà e non troverà che mettersi addosso e forse all’inizio s’arrabierà ma io gli dirò che avevamo fame ed andrà in giro scalzo ma felice che siamo vivi.
All’inizio bastava. È strano ma la gente cambia anche modo di ragionare quando c’è una guerra, quelli che prima non avresti mai visto spendere un soldo, uno solo, in sciocchezze, che non si cambiano la camicia che a Natale, che altrimenti la lavano e la rimettono così ancora bagnata, proprio loro hanno comprato le mie cianfrusaglie.
I pastori sopra a Boscoreale si sono sentiti dei notai, dei dottori in questi anni, loro avevano il cibo, e quindi erano i signori di questa terra, per una volta sola i signori erano loro e non chi nel materasso covava l’oro.
L’oro non si mangia. E cose da signori volevano, hanno fatto il corredo alle figlie con il corredo mio, ed ai maschi che non sapevano se erano vivi o morti in qualche parte del mondo hanno comprato le scarpe per quando tornano a casa, e così mi sono venduta perfino il crocifisso sopra la porta, ed abbiamo mangiato.
Non è bastato però, questo devi saperlo, e forse te la prenderai con me, perché non avresti mai voluto. Ma io l’ho fatto ugualmente. Per la prima volta da quando ti conosco ho fatto qualcosa che sono certa ti darà dolore, l’ho fatta ugualmente.
Gaia ha preso il tifo. Avevo bisogno di latte, di latte tutti i giorni e non riuscivo più a trovarlo, ho fatto debiti da per tutto, ma latte a credito non me ne davano più. Sono andata da tuo padre Pino, ho bussato a quella porta che t’ha visto uscire senza rimpianti e ho chiesto aiuto. Per essere così vecchio ancora è forte e dritto come lo ricordavo. M’ha guardato con gli stessi occhi tuoi, ma senza amore e non ha proferito parola. Per quaranta giorni è sceso in paese ogni mattina, entrava in casa senza chiedere il permesso, poggiava sul tavolo il latte, dava uno sguardo a Gaia le sentiva la fronte e le guance, poi andava via.
Da quando Gaia è guarita non l’ho più rivisto. Ma tu devi promettermi che quando tornerai ci salirai con me lì su alla collina e verrai a ringraziare e poi, anche se non gli parli, di tanto in tanto gli porterai i bambini. Puoi anche star fuori se preferisci ma i bambini gli e li devi portare. Non li aveva visti mai. Ho capito che non è giusto Pino. Non lo è.
Tante cose ho capito in questi anni. Certe non avrei voluto capirle mai ma forse a raccontarle a Gaia e Gianni, un po’ più in là, li aiuteranno a scoprire il mondo senza una guerra di mezzo, ho capito che ogni tempo ha il suo dolore ed ogni dolore il suo tempo. Ho sbagliato tutto sai? Quando mi chiedevi di andare a passeggio ed io ti scansavo la mano Pino, sbagliavo, il lavoro non era tutto, non poteva essere tutto. A che è servito aver vestito i signori di tutto il paese se poi per mangiare sono dovuta arrivare a Boscoreale? Quando torni ti prometto andremo a passeggio ogni sera, io tu ed i bambini. Anche al cinematografo voglio andare, ma tu torna ti prego.
postato da: onecat alle ore 16:44 | Permalink | commenti (3)
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