martedì, 26 luglio 2005
Vita
“Alberto vieni fuori dalla vasca immediatamente!”
“Non farmi urlare, lo sai che la mamma non può.”
“Forza vieni qui che t’asciugo”. Proprio a me doveva capitare un figlio patito per il bagnetto, mai avuto la soddisfazione di doverlo prendere di peso per infilarlo nell’acqua.
Appena gli dici “Alberto è ora del bagno” lo trovi già in mutande, bordo vasca, che fissa l’acqua con amore.
“farà il palombaro” dice sempre il nonno, senza rendersi conto che i palombari, credo, non esistono più. E poi io proprio non vorrei che mio figlio per lavoro finisse a mollo.
Alberto, se i miei sogni si avverano, farà l’avvocato!
Si lui farà l’avvocato e Saretta, Saretta farà l’attrice famosa, è tanto bella la mia Saretta
I miei sogni.
I miei sogni contemplavano una vita semplice ma sicura, cosa che da quando Andrea è sparito, sparito si fa per dire visto che quando ha bisogno sa sempre come trovarci, non è più possibile.
Una casa tutta nostra e due bambini, volevo pure il cane e lo steccato bianco, alla faccia di chi pensa che certi sogni siano sciocchi.
Invece abito ancora con i miei e debbo ringraziare Dio che siano ancora vivi, che ci sia mio padre a far da padre ai miei figli e mia madre a far da madre a tutti quanti. I miei sogni prevedevano un indipendenza economica, una qualsiasi, senza strafare ed una vecchiaia serena. Ma forse era destino che così non fosse e che i miei sogni restassero tali.
Ora non m’arrabbio neanche più tanto, ho raggiunto un compromesso con la vita, per dormire la notte e non farmi prendere dallo sconforto sogno che tutti i sogni di cui sono stata privata vadano in cumulo hai miei bambini. Si sogno che i miei sogni si realizzino per loro, che siano loro ad essere felici come io volevo, ad essere sereni sempre come lo sono ora che non capiscono il perché di tante cose.
Tutti dicono rifatti una vita.
Sembra facile a dirsi. Ma cosa credono che io abbia la fila di uomini dietro la porta? Si, sono tutti lì ordinatamente in fila, numeretto alla mano, in attesa di portare a cena una trentasettenne con due figli a carico ed un lavoro part-time. Ancora legalmente sposata, non si sa per quanto, con l’uomo più inconcludente e insensato che le sia capitato a tiro.
Esco ogni tanto. Vado a cena con Luigi, il commercialista della società per cui lavoro, andiamo al cinema o a teatro e poi sotto casa lui mi da un casto bacio sulle labbra, io scendo dalla macchina e tutto finisce li. Luigi è convinto, gli e lo leggo in faccia, di comportarsi così per il rispetto che mi porta. Balle. È ancora innamorato di sua moglie. Questa è la verità. E quando il ragazzino con cui la signora se la spassa rinsavirà e la mollerà lui tornerà da lei. Lo farà illudendosi di farlo per il figlio che tanto ama, ma non è questa la verità. Di quella donna lui non può proprio fare a meno. Ed io certo non lo biasimo.
Infondo, di tanto in tanto, anch’io penso che rimettermi con Andrea non sarebbe una cattiva idea. Certo i bambini ne sarebbero felici, almeno fino a quando non riceverebbero l’ennesima batosta, i miei non mi parlerebbero per una quindicina di giorni dandomi della deficiente, ma alla fine mi riaccoglierebbero in casa comunque, e io, per tutto il periodo che durerebbe, farei tanto sano e buon sesso. Perché tra me ed Andrea non c’è mai stato niente di casto. Almeno questo!
“vieni qui che mamma t’asciuga. Le hai lavate le orecchie? Fammi vedere! Va bene vieni in braccio a mamma”
Ecco adesso potrei anche morire. Morirei felice. Con questo scricciolo seduto sulle gambe che dondola ritmicamente quei piedini cicciotti schizzandomi la gonna. La sua testa tonda come una mela poggiata nell’incavo tra i seni e le braccia tornite che mi stringono piano.
Ora i miei sogni non hanno più alcun senso.
“adesso vai da nonno e gli dici, nonno mi metti il pigiamino e mi racconti una storia?”
“no amore, mamma non ha voglia di raccontartela. Mamma non ha più voglia di raccontare storie a nessuno, se ne è raccontate tante da sola che bastano per il resto della vita”
“come? Biancaneve ed i sette nani? No! Mamma si raccontava quella di cenerentola ed il principe azzurro! Si tesoro quella che finisce dicendo e tutti vissero felici e contenti”
venerdì, 22 luglio 2005
Bellavita Pasquale
Commissa’, mi chiamo Bellavita Pasquale, ma questo Voi lo sapete già.
C’ho quarant’anni, e per ironia della sorte sono nato lo stesso giorno del grande Diego Armando Maradona. Io però a pallone sono sempre stato ‘na chiavica!
Sono sposato a Esposito Anna e c’abbiamo cinque figli, Michela, Donato, Peppino, Adele e Mariuccia. Abitiamo in Via Sant’Angelo, la sopra al cimitero.
Ma Voi questo lo sapete già.
E sapete pure che c’ho dei piccoli precedenti penali, ma cose piccole proprio, di quando ero ragazzo. Commissa’, io, da ragazzo ero nu poco mariulo, ma appena ho conosciuto Anna ho messo la testa a posto.
Ve lo può dire tutto il paese se sono cambiato!
Però…guardatevi intorno, qua stanno a spasso pure quelli laureati. Ma ditemi Voi, io un lavoro dove lo trovo?
E non è che non c’ho voglia, questo pure ve lo possono dire tutti.
Qua basta che ci sta una cantina da svuotare, un trasloco da fare, le cassette da scaricare e chiamano tutti a Pasquale.
Perché Pasquale schiaffa la capa sotto e lavora fino a quando non c’è più niente da spostare.
Però c’ho sempre cinque figli…
E anche se ringrazio Dio che stanno tutti bene, sempre cinque sono. E mo so’ le scarpe, e mo i cappotti e mo la scuola, qua ce ne sta sempre una nuova.
Il compare mio, Esposito Giovanni, che poi è pure cugino a mia moglie, dice, e tu manda Anna a faticare.
Commissa’, io non sono quel tipo d’uomo che dice che le donne si devono stare a casa. No! Ma io c’ho cinque figli…
E quando tornano da scuola chi me li tiene?
E chi me li lava, me li stira , me li ricuce?
E poi, specie i maschi. Quelli se non ci si mette la madre con una santa pazienza, e quando li fanno i compiti. Quelli, Commissa’, purtroppo hanno ripreso dal padre.
Allora io debbo scegliere, o i soldi in casa o i figli struiti.
E i criatur vengono prima.
Allora io vorrei capire che fastidio gli diamo noi al ragioniere Casoria.
Perché io non dico, badate bene, che visto che ci sto io non ci devono stare pure gli altri, anzi, si figuri…la casa è così grande! Là ci stanno più di trenta posti, ma secondo Voi… a noi… ci può mai dare fastidio il ragioniere Casoria? E quello, quando vuole venire, là ci trova!
Lo trattiamo come uno di famiglia.
Perché poi io so’ convinto che non è nemmeno lui che non vuole, perché infondo a lui proprio proprio non gli importerà niente. Sono quegli stronzi dei figli suoi che rompono ‘e balle.
E non si rendono conto che invece sarebbe la fortuna loro e del ragioniere, perché io non voglio parlare male di nessuno, ma Casoria il ragioniere alle case popolari lo faceva, e Voi lo sapete meglio di me quanto schifo ci sta in certi posti di lavoro.
E gli puzzassero pure al ragioniere Casoria le preghiere di cinque anime innocenti come i figli miei?
Che se quello, come penso io, finisce in Purgatorio, è un attimo a passà in Paradiso.
E poi dovreste vedere come la tiene pulita la cappella Annarella mia, su quel marmo ci si può mangiare.
E poi il compare mio m’ha detto un sacco di cose, che io nemmeno le capisco, di beni immobili, beni mobili e usucapione io non ne so.
Lui dice siccome che io alla cappella c’abito da due anni Voi non mi potete più cacciare.
Sapete che vi dico? Che io là c’ho tutto, la luce, l’acqua, pure i termosifoni elettrici dall’anno passato, io me la sono aggiustata con queste mani, nei loculi c’ho fatto le mensole, e che Giovanni c’ha ragione e che da là io e la famiglia mia non ce ne andiamo neanche morti.
martedì, 19 luglio 2005
L'ussaro in divisa
La prima volta che l’ho visto era bellissimo, forse era l’effetto della giubba rossa e delle mostrine, io pensavo che somigliasse ad un Ussaro in divisa.
Il Luna Park si era fermato nella zona per tutto l’inverno, ora in un paesino ora nell’altro, ed era stata una vera fortuna, così diceva mio padre. Noi con il carrettino della merce gli eravamo andati praticamente dietro saltando solamente qualche tappa che aveva coinciso con le grandi fiere delle cipolle. Fiere impedibili a detta di papà, perché se quelle andavano bene, come era stato quel anno, ci si ricomprava tutti le scarpe.
Ero stata felice di potermi ripresentare a lui con le mie scarpe nuove ed avevo fatto l’inferno a casa perché avessero almeno un mezzo tacchetto, mamma aveva acconsentito sbuffando ed aveva detto in un soffio “pure questa è pronta a partire”.
Se avessi capito cosa intendeva non avrei pianto come un vitello la notte che scappai con lui, anche perché, seppi dopo, mamma, sempre sbuffando, mise il mio grembiule alla più grande delle mie sorelle e tutto a casa ricomincio come prima.
La prima settimana in giro con il Luna Park ero triste ma tutti mi trattavano come una principessa, poi mi chiesero cosa sapessi fare, ed io dissi che sapevo vendere. Era quello che facevo prima. Noi vendevamo di tutto, asseconda della stagione e degli scampoli che papà faceva all’ingrosso, poteva essere stoffa o verdura, carbone o piatti di coccio, per noi era lo stesso.
Ma lui era geloso di vedermi così vestita di nuovo, sempre circondata dai ragazzi al banchetto delle noccioline, e poi suo padre e sua madre erano anziani e sua sorella che nei vari giri del carrozzone si era sposata e fermata ad Opi li voleva con lei. Di colpo mi ritrovai vestita di rosso con le frange alla gonna, a fare due spettacoli al giorno. Lui, vestito da Ussaro, lanciava i coltelli, io tenevo ferme le bandierine tra le dita, oppure bendata a braccia larghe aspettavo immobile il rumore secco della lama nel legno, non so dirvi l’emozione, sempre la stessa anche dopo tante volte, di sentire che la gente intorno fissava tutta me, che tratteneva il respiro con me, alla fine l’applauso era come prendere la scossa.
Non posso lamentarmi, ho avuto una bella vita, ho visto tanti posti che non avrei visto mai, neanche girando col carretto di papà e poi lui è sempre stato buono con me. Mai una volta che mi abbia alzato le mani. Era anche bravo con i coltelli sapete? In tanti anni mi ha preso due volte solamente.
La prima ad un braccio, a dirla tutta quella volta m’ero mossa, e poi l’ultima. Ora quando il Luna Park passa di qui io lo rivedo, con la giubba rossa e le mostrine dorate, viene a portarmi i fiori ed ogni anno è sempre più vecchio, io no, non invecchierò più.
lunedì, 11 luglio 2005
Corri ti ho detto…corri Come t’è venuto in mente di saltare quel muro? Non capisci che ora ci inseguiranno fino a riprenderci? E che ci uccideranno appena presi? ….. Ora non possiamo più fermarci. Ed io non ho intenzione di trascinarti oltre. Se non muovi quelle gambe prima te le spezzo e poi ti strappo queste manette a morsi. Non scherzo cazzo corri! ……. …… ……. Li senti i cani? Bell’idea t’è venuta. Mesi interi a programmare a calcolare a studiare e lui il primo spiraglio che vede ci si butta a capo fitto e ti trascina fuori. Non fiatare ti conviene perché quant’è ver iddio ora ne dobbiamo uscire vivi o non glie la do la soddisfazione a quei porci di metterti le mani addosso. ……… smettila di ansimare come un mantice, e sta zitto siamo quasi arrivati alla statale. La vedi l’area di servizio? Ci appostiamo dietro, il primo automobilista che si ferma per andare in bagno lo fai fuori e ci prendiamo la macchina. Perché tu? Perché io sono disposto ad uccidere un solo uomo in questa fuga del cazzo… te! E non fare casini, caricalo in macchina sul sedile di dietro e mettiti alla guida, non chiedermi perché tu….o esplodo… Cazzo cazzo cazzo Ammanettato con un demente in una schifosissima Chevrolet verde oliva; che cazzo di fuga del cazzo. ……. ……… Prendi quella la stradina a sinistra, dobbiamo liberarci del corpo, di queste divise arancione e soprattutto dobbiamo lasciare la macchina, avranno già posizionato posti di blocco fino al confine dello stato. …. Un idea… io ce l’avevo un idea, dovevamo aspettare altri tre mesi e fuori ci sarebbe stato mio fratello ad aspettarci, con i vestiti, i documenti, e una macchina pulita, loro se ne sarebbero accorti sei ore dopo al primo contrappello, noi saremmo già stati in canada. … ma certo fuggire durante uno schifosissimo trasporto sanitario era una soluzione più che accettabile. Avrei dovuto gettarmi a terra e farti prendere, coglione. Credi che non c’abbia pensato? Si t’avrei fregato per bene, ma per quanto potesse andarmi di lusso avrei comunque avuto tutti gli occhi addosso per i prossimi sei mesi e nella peggiore delle ipotesi m’avrebbero trasferito e quindi nell’istante in cui hai saltato lo sportello e dato una testata a Perkins m’hai fottuto. Stronzo m’hai sfottuto. …. ora chiedi a me se ho un idea… non appena fuori dallo stato noi due ci salutiamo quest’è l’idea e se non ti abbandono qui con il morto e la macchina è solo perché ti faresti prendere in trenta secondi netti ed a me serve che loro inseguano due uomini, e che non sappiano se siamo insieme o meno. Fa uno sbaglio, intralciami una volta sola e sei un uomo morto. Non ubbidire prontamente e sei un uomo morto. Rompi i ciglioni e sei un uomo morto. ….. spero di essere stato chiaro.
….apri il cofano della macchina…. vedi siamo fortunati infondo…fruga nella valigia e cerca anche gli attrezzi, uno che tiene la macchina così pulita gira sempre con la valigetta degli attrezzi…. adesso spingi la macchina nel sottobosco, vedi che serve a qualcosa anche il verde oliva?... poi caricatelo sulle spalle.
…. Allora non hai capito…rompi i coglioni e sei un uomo morto.
se siamo fortunati questo era quasi arrivato, lo cercheranno a casa, poi al lavoro, poi scatteranno le ricerche della polizia.
Certo…capiranno al volo che ha incontrato noi. Almeno uno di noi…ma non potranno esserne certi e anche se gli mettono addosso i due più scarsi pivelli di queste parti saranno sempre due uomini in meno che cercano noi….
….dobbiamo avvantaggiarci. Tutti i chilometri fatti ora ci separeranno dai Marshal, da Saint Paul a qui sono si e no due ore d’aereo.
….attraverseremo…quelle montagne la giù.
Certo Bobby… solo un animale si sarebbe portato un morto sulle spalle per un giorno intero….
Il sole che cala dietro le montagne sta disegnando l’oscura valle ai miei piedi, mentre in alto le punte degli alberi argentee si stagliano contro il cielo, lì in fondo alla valle è già il nulla.
È il tramonto.
Abbiamo lasciato il Minnesota da meno di due ore e se penso a tutto quello che è successo non mi sembra sia accaduto a me.
È la storia della mia vita questa, da quando sono venuto al mondo e per gli ultimi trent’anni, ogni cosa accaduta sembra accaduta ad un altro.
Dalla morte di mia madre in avanti ho sempre provato questo senso di estraniamento, ed ora sono qui, seduto su queste rocce in un paese diverso dal mio, con un morto legato sulle spalle.
Quest’uomo era uscito di casa per andare chi sa dove, incontro alla sua vita, una vita vera, da sentire propria, e di colpo ha incontrato me.
La sua vita non è stata più sua.
Strano che ora mi faccia certi scrupoli, ma credo che lo seppellirò, potrei finalmente calarmi questo peso dalle spalle, gettarlo in terra, girarmi e camminare come fossi un uomo libero verso la vita, ma il peso che mi grava sul collo non è solo quello di un corpo, è il peso degli anni, del sangue sulle mani.
Quando Don Pablo veniva a visitarci in carcere le sue chiacchiere erano buone compagne, certe notti, dopo le funzioni più belle m’immaginavo veramente salvo, salvato dalla comunione, da quel Dio a cui avevamo cantato i salmi e che m’aveva perdonato per il sangue versato, ma infondo al cuore sapevo che avrei ucciso di nuovo.
Don Pablo non è mai riuscito a farmi capire quello che ho capito da quest’uomo, ormai muto, in questo giorno che l’ho portato sulle spalle.
Se Billy Ray non l’avesse legato così stretto o se non fosse partito in questa corsa forsennata tra i monti alla ricerca della libertà non credo avrei resistito tanto, l’avrei gettato a terra quasi subito.
Non per il peso, ma per la sensazione di freddo che m’ha infilato nel cuore.
Non è il primo uomo che uccido. Gli altri però mi conoscevano, sapevano che ho nelle mani la forza di un toro, molti sapevano anche che non mi piace essere preso in giro quando sono ubriaco, bastava una stretta troppo forte o un pugno diritto in petto e loro si ritrovavano al creatore, io, sobrio d’un colpo, solo, a fuggire di nuovo. Questo invece è il primo che sapevo già che avrei ucciso. Quando è entrato nel parcheggio della stazione di servizio ed ha fermato la macchina vicino ai cesso, io lo sapevo che era il mio uomo
A farmi veramente impressione non è stato spezzargli il questo magro collo, no, è stato sentire che gelava lentamente sulla mia schiena e si irrigidiva in questa stana forma concava attaccato a me.
È stato provare cosa significa la vita che fugge dal corpo, l’uomo che diventa cosa.
E questa cosa che ho addosso mi ha insegnato più di chiunque altro in tutta la vita. Billy Ray dice che è la stanchezza, che ho le allucinazioni, non è vero, Roger,perché cosi si chiama, non ha fatto che parlarmi. Mi ha raccontato la sua storia, la fatto gelando dietro di me. Non sono pazzo, so bene che i morti non parlano e che la storia me la sono raccontata da solo, ma sono certo di non essere andato lontano dalla verità. C’era un Roger in prima classe con me, era secco come questo, forse è suo figlio, chissà! Era un bambino preciso, attento ad ogni cosa, se fossi stato più sveglio me lo sarei fatto amico invece di prenderlo a sberle, ma io sveglio non lo sono stato mai. Sono sicuro che quest’uomo era come lui, preciso, attento, con una vita tranquilla, una moglie secca come lui, piena di certezze, dei figli secchi anche loro, magari non proprio precisi come lui, ma quasi e comunque sempre ligi al dovere. Nessuno insomma che mi sia mai capitato d’incontrare in galera.
Ho imparato da Roger che Billy Ray ha ragione quando dice che solo un animale si sarebbe portato un morto legato sulla schiena un giorno intero. Io sono un animale.
Sono un mulo, per tutta la vita lo sono stato, e di volta in volta la scuola, quelli come Billy Ray, la galera, tutti non hanno fatto altro che impastoiarmi e caricarmi il basto sulla schiena, più pesante era meglio era. Poi mi davano una pedata in culo e mi dicevano corri.
Lo sapevano bene loro che non avrei saputo ribellarmi. Che due cose insieme io non riesco a farle e quindi o penso o corro sotto il peso delle loro dannatissime some.
Ma giuro che Roger è l’ultimo peso che sono stato disposto a farmi caricare sulle spalle, l’ultimo che m’incollano alla schiena senza chiedermi il permesso. Questo ho imparto oggi. Che ci sono pesi troppo grandi per la schiena di un uomo, e ce ne sono altri che poti per tutta la vita.
Roger è uno di questi , anche ora che l’ho sceso dalla spalle mi pesa ugualmente addosso.